La bambina tornata dagli Usa al Guatemala in una bara di cartone
di Fabio Carminati
La morte di Maria Elena rivela il costo più crudele della migrazione: anche riportare a casa un corpo può diventare un calvario di povertà, burocrazia e dolore.

La scatola di cartone è stata l’ultima a uscire sul nastro trasportatore dalla pancia dell’aereo appena giunto dalla Florida. E gli operai dell’aeroporto La Aurora di Città del Guatemala sapevano benissimo che cosa contenesse. L’adesivo appiccicato di traverso sul lato più stretto dello scatolone l’ha solo confermato: “Maria Elena Corio Bernal, 13 anni, morta il 9 dicembre 2025”. Con delicatezza hanno appoggiato la piccola bara sul retro del furgoncino arrivato a bordo pista, poi in silenzio l’hanno portata nella zona degli arrivi, mentre la gente sbarcata poco prima attendeva l’arrivo delle valigie. La zia di Maria Elena, Juana, che attendeva quel momento da un mese è stata la prima a farsi avanti. E’ salita sul minibus e ha baciato la scatola che custodiva all’interno la bara di pino.
Poi sei ore di viaggio al buio per arrivare ai piedi delle montagne del Quiché a Nebej, la terra atavica del popolo Maya degli Ixil. Sfruttata, devastata dalla politica della “tierra arrasada” (la terra bruciata) per stroncare la guerra civile iniziata nel 1960 e finita solo alle soglie del nuovo millennio. L’area più povera del Guatemala, dove l’87 per cento della popolazione che non è riuscita a emigrare vive sotto la soglia di povertà. Nel cortile di casa Juana, (che per ironia della sorte porta il nome della “loca” di Castiglia dichiarata pazza per impedirle di salire al trono della nazione dei conquistadores) la donna ha abbracciato i suoi genitori, i fratelli. Ma non c’erano il papà e la mamma di Maria Elena rimasti “prigionieri” in Florida: sono “indocumentados” invisibili agli agenti dell’Ice (la famigerata polizia di frontiera fedele esecutrice degli ordini di Trump), fin quando non devono scontrarsi con il sistema dei visti. “Non potevano accompagnarla, partire significava per loro non poter più tornare. Hanno sofferto terribilmente, ma sanno che un giorno torneranno. Per questo è meglio che la bambina sia qui ora", sussurra tra le lacrime Juana Bernal ai giornalisti che hanno raccontato la storia di Maria Elena. "Abbiamo dovuto fare una colletta con familiari e vicini per coprire i 6.000 dollari per il rimpatrio dalla Florida", aggiunge.
Tra le mani tiene il referto medico con la causa della morte: enterocolite necrotizzante totale, una malattia che colpisce soprattutto i neonati prematuri come María Elena. Tutto è scritto in inglese e i reporter le hanno tradotto dall’inglese il referto. Ma quando muore un familiare migrante, la tragedia umana si aggrava con un rompicapo economico e burocratico che comprende l'autopsia, il certificato di morte, l'imbalsamazione, il permesso di trasporto e il certificato che conferma l'autenticità dei documenti. Tutto questo viene gestito prima da un'agenzia di pompe funebri negli Stati Uniti e poi da un'altra in Guatemala. "Il rimpatrio privato può costare tra gli 8.000 e i 13.000 dollari (tra i , a seconda dello Stato in cui è avvenuto il decesso, e richiede un minimo di 15 giorni", spiega Álvarez Oviedo dell'organizzazione locale Asaunixil: l’Ong fornisce supporto gratuito nelle procedure a quelle famiglie del Quiché che, non conoscendo il processo, sono esposte a truffe.
"Una volta c'erano agenzie di pompe funebri che gonfiavano i prezzi, pensando che le famiglie negli Stati Uniti avessero soldi", rivela invece il direttore di Asaunixil Francisco Marroquín: "Adesso abbiamo la situazione più sotto controllo, ma dico sempre che ci sono coyote (i trafficanti di esseri umani che operano soprattutto al confine messicano dove arrivavano le carovane dei migranti) che ti prendono vivo e coyote che ti prendono morto", aggiunge. Le truffe sono in agguato dietro ogni angolo. "Ho visto agenzie di pompe funebri inviare certificati di morte falsi. È un documento fondamentale e la famiglia deve pagare di nuovo per richiederne uno sostitutivo", ammette con rabbia Álvarez Oviedo. Inoltre, soprattutto durante le festività natalizie come è stato per il corpo di Maria Elena, le compagnie aeree danno priorità al trasporto merci e relegano i corpi a un ruolo secondario, lasciando a volte le famiglie in un limbo. Juana conferma: "Hanno ritardato l'arrivo della bambina due volte. Tutto era pronto per la veglia funebre. È stato molto difficile".
Lo scorso anno, 2.443 persone decedute all'estero sono arrivate in aereo a Città del Guatemala, quasi tutte dagli Stati Uniti, al ritmo anche di dieci al giorno. Secondo i dati più recenti del Ministero degli Affari Esteri guatemalteco, più di un milione di persone nate in Guatemala vivono negli Stati Uniti. Secondo l'attuale politica di deportazione dell'Amministrazione Trump, solo a gennaio sono stati espulsi 4.941 guatemaltechi, circa 159 al giorno. Chi conta gli altri?
© RIPRODUZIONE RISERVATA






