L’avocado del diavolo
L’80 per cento dei frutti, prodotti nello Stato messicano del Michoacán, viene esportato negli Stati Uniti. Ma dietro i contadini ci sono spesso i narcos, che non si fanno scrupoli a devastare l’ambiente e uccidere chi protesta

L'avranno detto a Donald Trump che anche i narcos messicani hanno cercato e trovato una "differenziazione" della loro offerta commercializzando i fritti dell’avocado, soprattutto verso gli Stati Uniti che ne importano l'80 per cento della produzione totale? Il centro di questo lucroso affare è lo Stato di Michoacán, a ovest di Città del Messico. Lì comanda, alla luce del sole, il cartello Jalisco Nueva Generaciòn. E "lava" il denaro sporco della droga con un affare "legale" di miliardi di dollari: il consumo dell'aguacate è infatti letteralmente esploso in questi ultimi 20 anni: secondo dati ufficiali attualmente vale 10 miliardi di dollari e tra una decina di anni dovrebbe toccare i trenta.
Ma i dati forniti dal ministro dell'Ambiente del Michoacán Alejardo Mendez sono devastanti. Tutto è cominciato nel 1987, quando il Parlamento statunitense ha approvato una legge che apriva all'acquisto in Messico di avocado, ma dietro a quella decisone si scoprì un giro di tangenti, senza contare la devastazione ambientale. L'Università nazionale del Messico ha calcolato che in trent'anni oltre 140mila ettari sono stati dedicati alla coltivazione del frutto, un terzo dei quali totalmente illegali.
Il Cartello non si accontenta mai e taglieggia i contadini legali e spesso li utilizza per esportare negli Usa i loro prodotti. Infatti è necessario per accedere al mercato statunitense una certificazione della qualità dell’avocado, che non sempre gli illegali hanno. Così, come è stato più volte riscontrato, corrompono o obbligano i produttori in possesso della patente a inserire gli aguacate illegali tra quelli legali. Migliaia i casi denunciati. Un altro problema - ha denunciato ancora Mendez - è che nelle piantagioni, soprattutto in quelle del Cartello, lavorano immigrati che arrivano dal Centro e Sudamerica in condizioni tremende, di totale sfruttamento. Per questo ormai quelli che arrivano dal Michoacán sono “gli avocado di sangue”.
Il vero costo di un avocado, lo conosce molto bene anche Claudia Ignacio Alvarez, che ha raccontato la sua storia al Guardian. "Sono cresciuta a San Andrés Tziróndaro, una comunità Purépecha sulle rive del lago Pátzcuaro, nello Stato di Michoacán. La mia infanzia è stata plasmata dall'acqua, dalle foreste e dalla musica. Il lago ci nutriva. La foresta ci proteggeva". Ma quel mondo ora non esiste più.
A San Andrés Tziróndaro, le aziende agroalimentari affittano terreni che formalmente sono comunali. "Questi terreni - continua Claudia -servono a garantire cibo alla nostra gente, non profitti per l'esportazione. Sono state installate condutture per estrarre l'acqua dal lago Pátzcuaro e deviarla verso le piantagioni. Durante la grave siccità dello scorso anno, il lago si è quasi prosciugato. I pesci sono scomparsi. Una comunità di pescatori si è improvvisamente ritrovata nell'impossibilità di consumare i propri prodotti tradizionali".
Questo schema "criminale" non si limita però all'agroindustria. Sempre nel Michoacán, le comunità indigene Nahua hanno dovuto affrontare minacce simili mentre si opponevano a progetti minerari e siderurgici imposti senza alcuna consultazione con i locali. A San Juan Huitzontla, la difesa del territorio comunitario ha portato i difensori dell'ambiente a pagare con la vita. È stato in questo contesto che Eustacio Alcalá Díaz è stato assassinato e l'ambientalista José Gabriel Pelayo è stato fatto sparire. Entrambi i casi rimangono irrisolti, emblematici dei pericoli che corrono coloro che sfidano potenti interessi economici.
Secondo Global Witness, almeno 36 attivisti sono stati aggrediti in Messico tra il 2023 e il 2024, la maggior parte dei quali indigeni.
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