Gli invisibili di “Marzana 34”

All’alba, sulla discarica a cielo aperto di Neuquén in Patagonia, la piccola Maia (9 anni) fruga ogni giorno tra i rifiuti con la madre e i due fratellini, cercando cibo, metalli e oggetti da rivendere.
January 12, 2026
Gli invisibili di “Marzana 34”
Per Maia una buona giornata è trovare unghie finte, fili di rame, scatolette di cibo scaduto o giocattoli. Una brutta giornata è stata invece quando sua madre Giselle le ha punto la mano con una siringa. Eppure, preferisce parlare del suo sogno – condiviso con sua mamma – di torte di mele, crema bianca dolce e profumo di vaniglia. Il sole sorge sull'altopiano della discarica a cielo aperto di Neuquén. Maia ha nove anni e con i suoi fratelli, di 11 e 7, è rannicchiata intorno a un fuoco improvvisato mentre la madre fruga tra sacchi che odorano di frutta e carne ormai marcia.
All'estremità settentrionale della Patagonia argentina, a poco più di un centinaio di chilometri da Vaca Muerta, una delle più grandi riserve di gas fossile al mondo, la baraccopoli è al centro di un quadrato di cinque ettari di lamiere divorate dalla ruggine, vetri e rifiuti sparsi. E l'orizzonte è solo immondizia. "Cachurea vicino a me", dice Giselle guardando gli occhi assonnati di Maia. Il sole sembra quasi vergognarsi di gettare luce sul buio e il fumo che ancora avvolge quei piccoli fardelli di stracci e sporcizia che si muovono nel silenzio rotto solo da rumore dei barattoli vuoti di conserva che rotolano."Chachiurear" è un verbo che non si trova in alcun dizionario: è un misto di dialetti locali, mapudungun e forse castigliano. Di certo però si può tradurre come la vita quotidiana di migliaia di reietti della discarica, di "monos", di scimmiette. Uomini, donne e soprattutto tantissimi bimbi che tornano a essere tali solo nelle poche ore del giorno il cui il vento alza la sabbia rossa che dà una tregua a chi gira tra i sacchi di immondizia. Allora li trovi tutti a correre dietro a un pallone spelacchiato, qualcuno con addosso ancora una maglia stracciata del "Diez", Maradona.
Infilandosi un guanto pieno di buchi per frugare tra i sacchetti, Giselle, il marito e i tre figli aspettano il camion del supermercato prima di mezzogiorno, sperando di trovare cibo in scatola o surgelato. Forse mangeranno di nuovo carne, dopo averla lavata e fritta. Dalla cima della montagna di rifiuti si possono vedere i sentieri sterrati e le baracche di lamiera e legno del suo quartiere, Manzana 34. Circa 400 famiglie vivono lì, a 300 metri dai cumuli di rifiuti. Per molti, la discarica non è solo un pericolo permanente per la salute e l'ambiente, ma anche un mezzo di sopravvivenza: trovano cibo, materiale scolastico, mobili e materiali da costruzione.
A Neuquén e in centinaia di città argentine, 150.000 bambini vivono entro 300 metri dalle discariche, in famiglie che non riescono a soddisfare i loro bisogni primari. Secondo il Barometro del Debito Sociale Infantile dell'Università Cattolica Argentina (UcA), i bambini qui spesso soffrono la fame, abbandonano la scuola o la terminano senza aver imparato l'essenziale. In tutta l'Argentina ci sono circa 5.000 discariche a cielo aperto. In molte di esse, i bambini rovistano quotidianamente, una fonte di reddito in un Paese in cui 1,2 milioni di bambini con meno di 17 anni vivono al di sotto della soglia di povertà. Si ammalano dieci volte più frequentemente dei coetanei nelle città, la gastroenterite li divora, le disabilità sono congenite, il cancro incide soprattutto per i metalli pesanti con cui vengono a contatto, le infezioni sono letali per i veleni sulle mani, labbra o piedi.
Nel mondo non si sa neanche quante siano oggi le "Marzana 34", che a qualsiasi ora sputano in cielo fumo e diossina. L'Onu parla senza precisione di "milioni" di reclusi come schiavi in Asia, Africa, nella ricca Europa, negli Stati Uniti, in Brasile o nel Cono sur. Apex negli Usa occupa quasi 900 ettari, Agbogbloshie in Ghana distrugge schede madri dei computer per cercare l'oro dei microconduttori, come a Deonar vicino Mumbai in India. Dandora in Kenya o Mbeubeuss in Senegal sono distese a cielo aperto di tutto quello che l'Occidente esporta e nasconde in bella evidenza. Sono ovunque e nessuno le vede. come il popolo degli invisibili che le abita.

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