Pelle
La contemplazione, per Bobin, è toccare il reale nel punto più vivo: custodire il limite, restare sensibili al mondo e aprirsi, nella preghiera, alla verità più profonda dell’esistenza.
Christian Bobin nel suo “abitare poeticamente il mondo” scriveva che “la contemplazione (…) non è una decorazione, non è una grazia, non è qualcosa di estetico, è come mettere la mano sulla punta più sottile del reale”.
Mi piace questa definizione che, con coraggio e intelligenza, sembra collocare nella pelle la nostra capacità di contemplare. La pelle avvolge tutto il nostro corpo e ha funzione da una parte di delimitarlo, di proteggerlo, di separarlo dal mondo esterno ma dall’altra, grazie alle strutture nervose, di permetterne lo stato di costante relazione. La poesia di Bobin, in una frase, riassume e trasfigura tutto questo. Contemplativo è colui che sa dire “io”, che sa delimitarsi e limitarsi, che ha imparato a camminare il limite e che nel limite si lascia trovare dal Vivente.
Contemplativo è colui che si protegge dal mondo quando la velocità, la superficialità, l’interesse egoistico rischiano di portarci a diventare insensibili, a non lasciarci più ferire dal reale, dal dolore, dal fratello. Contemplativo è colui che quando sceglie la solitudine lo fa per mettersi in relazione con la parte più profonda e più vera dell’esistenza. Mi piace pensare che ogni uomo sia avvolto da un bisogno di contemplazione, che sia la nostra vera pelle, che ogni parte del nostro corpo sia adibita a questo. Mi fa guardare all’uomo come un essere intrinsecamente esposto alla preghiera.
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