Corpo dolore

Il dolore, più che scacciato, va ascoltato: può aprire strade interiori nuove, ma senza mai diventare una lezione da imporre agli altri
April 15, 2026
“Ah, dolore, non dovrei trattarti come un cane randagio che arriva alla porta sul retro per una crosta, un osso spolpato. Dovrei fidarmi di te”, ha ragione Denise Levertov in “Parlare al dolore”, spesso ciò che il nostro corpo subisce come una violenza è visto come qualcosa di randagio da scacciare, come un nemico da combattere e invece noi siamo anche il nostro dolore. E dovremmo imparare a fidarci di lui. Imparare ad ascoltarlo, imparare a seguirlo. Dove può portarci il dolore? Quali strade potrà aprirci, quali orizzonti nuovi, quali profonde conversioni?
Lo so che è un terreno insidioso e so benissimo che non è Dio che manda il dolore ma il dolore esiste, c’è, come il male, fa parte della vita. E allora forse andrebbe ascoltato, con la fiducia di chi sa che il nostro approdo è nelle mani dell’Eterno, ascoltarlo qui, ora, aprire la porta a questo cane randagio e accoglierlo in casa. “Desideri che il tuo vero posto sia pronto prima che arrivi l’inverno. Hai bisogno di un nome, collare e targhetta”, perché il dolore va adottato, e questo è molto importante, ognuno può farlo solo per sé. Nessuno, mai, ha il diritto di andare a dire ad un altro cosa deve fare con il suo dolore, anche queste parole, in fondo, stamattina le scrivo solo per me, solo al mio dolore posso parlare. Se lo imponessi a un altro sarebbe violenza inaccettabile. 

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