Benedetto Croce e il fascismo: cronaca di una disillusione

Nelle sue lettere, ora raccolte in volume, il passaggio dalle iniziali speranze all’opposizione definitiva. L'inedito rivolto a Nitti: «Vorrei fossimo più europei»
April 17, 2026
Benedetto Croce e il fascismo: cronaca di una disillusione
Il filosofo Benedetto Croce; sotto, Francesco Saverio Nitti / WikiCommons
«24 ottobre 1922. La mattina sono andato al Teatro San Carlo, nel palco assegnato ai senatori, per udire il discorso del Mussolini». Firmato: Benedetto Croce. Vengono raccolti, per la prima volta in volume (Una visita dello Stato Etico. Pensieri sul fascismo 1922-1926, a cura di Maurizio Tarantino; Graphe.it, pagine 94, euro 9,50), i testi sul fascismo tratti dall’epistolario crociano (con due inediti) del periodo 1922-1926: quando il filosofo e senatore del regno d’Italia dimostrò, fino al delitto Matteotti dell’estate del 1924, vicinanza al governo Mussolini. E anche al ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile, in risposta al cui Manifesto degli intellettuali fascisti avrebbe pubblicato il suo “contromanifesto” nel 1925: Croce (che era stato ministro dell’Istruzione nell’ultimo governo Giolitti dal 1920 al 1921) gli scriveva, alla fine del 1922, definendolo «The right man in the right place» ed elogiandone poi la riforma scolastica. La riforma Gentile era, per Croce, una «breccia» aperta nel fascismo (dava ragione a Marinetti nel considerarla una iniezione di antifascismo all’interno della rivoluzione fascista): «Io non so quanto resterà del fascismo; ma so che, se avrà risoluto nel sostanziale il problema scolastico, avrà acquistato una benemerenza, che appunto i suoi avversari non vogliono lasciargli conquistare».
Croce condivise con Gentile lo stesso idealismo filosofico, secondo cui l’uomo era ideale (non reale), aveva cioè senso nella cornice della politica o dello Stato. I due filosofi “derivavano” entrambi da Bertrando Spaventa (l’importatore dell’idealismo hegeliano in Italia): quest’ultimo (cugino di Croce) fu il maestro di Donato Jaja (su cui si formò Gentile) e del marxista Antonio Labriola, alla cui scuola si formò Croce, oltre che Antonio Gramsci e (indirettamente) Mussolini, il quale nel 1901 (da socialista neutralista) aveva collaborato al giornale gramsciano milanese “Avanguardia Socialista”.
A inizio Novecento, Croce si distaccò dal marxismo, fondò la rivista “La Critica” (per la quale volle Gentile «per unico collaboratore») e si avvicinò al liberalismo giolittiano. Mentre Mussolini, alla fine del 1914, passava al socialismo interventista e, nel 1919, dava vita al fascismo, Croce restò liberale e neutralista: pur pensando, come scriveva nel 1923 al saggista Sebastiano Timpanaro, che il fascismo, in quanto «contrario del liberalismo», poteva «essere benefico» dopo la degenerazione del liberalismo in Italia.
Era il periodo nel quale, in una lettera all’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti (inedita e riportata parzialmente nel volume), Croce vedeva nel fascismo la possibilità di far rinascere un patriottismo liberale, antisocialista ed «europeo» (sottolineato nel manoscritto), come alternativa a quello che riteneva essere (scrivendo a Gaetano Mosca) il venir meno del cristianesimo e delle «vuote parole “libertà, eguaglianza, fraternità”». Per questo, nel febbraio del 1924, affermava in una intervista con Ugo Marchetti, che, alle successive elezioni politiche, bisognava «procurare» al governo Mussolini quella maggioranza necessaria per governare, cioè per «non compromettere l’opera intrapresa di restaurazione politica».
Quando il 26 giugno, due mesi dopo la netta affermazione elettorale del Listone mussoliniano alle elezioni del 6 aprile, il governo rischiò di cadere a seguito della sparizione di Giacomo Matteotti, Croce, come annota nei Taccuini, votò la fiducia in Senato. Ma non accettò l’invito di Mussolini a succedere al dimissionario Gentile alla guida del ministero della Pubblica istruzione: sostenendo che Gentile «aveva fatto benissimo» a lasciare, ma avrebbe fatto meglio a «mettere un bavaglio a sé stesso», invece di dichiararsi, proprio dopo le dimissioni, il filosofo del fascismo. La corrispondenza tra i due neoidealisti italiani si interruppe nell’ottobre del 1924.
Era il giro di boa, superato il quale Croce iniziò a considerare il fascismo incapace di creare «un nuovo assetto costituzionale e giuridico» (e tantomeno di favorire un nazionalismo europeo): avendo semplicemente riproposto «lo Stato liberale stesso», ma «governato e talvolta violentato da un partito politico» e affermando un «infausto» nazionalismo pervenuto in Italia a D’Annunzio (e da questi a Mussolini), come dono della Germania, «attraverso Nietzsche». Il filosofo giustificava quindi il suo voto favorevole al governo come «prudente e patriottico» atto, finalizzato a dare tempo a un «processo di trasformazione», cioè di superamento del fascismo: non per tornare «alla fiacchezza e all’inconcludenza che l’hanno preceduto», ma per andare avanti, salvando il «molto di buono» fatto dal fascismo, «come ogni animo equo riconosce».
Dopo il discorso del 3 gennaio 1925 (con il quale Mussolini si assumeva la responsabilità del delitto Matteotti), Croce declinò l’invito di Gioacchino Volpe a collaborare all’Enciclopedia Treccani diretta da Gentile e votò, in Senato, contro le leggi sulla soppressione della libertà di stampa: il 1° novembre 1926 ebbe «l’onore di ricevere una visita dello Stato Etico» («una dozzina di persone, intente a rompere tutto ciò che era nella parte della casa che percorrevano»). Il 26 novembre votò contro l’introduzione del Tribunale speciale e della pena di morte. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, fu presidente del Partito Liberale. Nel 1946, due anni dopo l’assassinio di Gentile (per mano dei partigiani comunisti dei Gap) e un anno dopo la Liberazione, membro dell’Assemblea costituente.

L'inedito: «Caro Nitti, vorrei fossimo più europei»

Pubblichiamo gli stralci della lettera inedita di Benedetto Croce a Francesco Saverio Nitti (economista, presidente del Consiglio nel 1919-1920 ed esiliato in Francia a causa della persecuzione fascista), resi disponibili in prima edizione assoluta da Graphe.it.
6 giugno 1923
Carissimo Amico, […] in cose politiche temo sempre di dire spropositi; ma a me sembra che il fascismo abbia reso un gran servigio chiarendo col fatto la sterilità o nullità del socialismo, e riportando il sentimento politico alla coscienza nazionale. Non che io sia nazionalista nel senso angusto e fanatico: vorrei anzi non essere italiano ma europeo [sottolineato nel manoscritto].
Senonché, aspettando che una coscienza europea si formi, e contribuendo anche come minimo elemento a formarla, per l’intanto non mi sembra prudente lasciar cadere la carne per l’ombra. Inoltre, il fascismo ha dato una forte scossa al degenere liberalismo; ed io spero che, dopo questo periodo di sospensione delle libertà, e attraverso esso, si ripristini un più sano liberalismo, che abbia per centro l’interesse dello stato. Credo anche io che l’Italia non possa non essere democratica. Ma è da sperare che sia di quella tale democrazia che è cultura, razionalità, intelligenza. Quanto al resto, non do importanza alle teorie (molto incerte e contraddittorie e labili) che il fascismo ha via via formulato, teorie antiliberali, futuriste, che non mi riesce di ridurre a nessuno concetto sostenibile.
Benedetto Croce

© RIPRODUZIONE RISERVATA