Carne

“Le creature sono Tue e noi l’ignoriamo” questo l’inizio di “Un altro amore” di Donata Doni, poesia che termina così: “abbi pietà dei nostri occhi che le guardano, della nostra carne che le desidera, del nostro orgoglio che le seduce”. Leggendo queste parole ho sempre l’impressione di sentirmi corpo estraneo all’equilibrio del mondo, corpo estraneo alla consapevolezza di un creato che, naturalmente, sa di essere di Dio, corpo estraneo che rischia di rovinare l’armonia e l’equilibrio della natura. Eppure, è proprio questo rischio di essere distruttivo che fa del corpo umano qualcosa di unico, un’immagine e somiglianza del Creatore, luogo estremo di esercizio della libertà. Una libertà che non risiede astrattamente in un’idea ma che si fa carne, ancora una volta, che ci interpella nella nostra concretezza. Il corpo diventa spazio per imparare a diventare liberi. Non sull’astratto occorre lavorare ma, ha ragione Donata Doni, libero è colui che sa chiedere pietà per occhi che predano, per una carne che è spesso schiava del desiderio e dell’orgoglio che porta a sedurre i fratelli. Che porta tutto verso se stesso. Il corpo rischia così di diventare gabbia o prigione, a liberare la libertà che siamo sarà solo la preghiera: “Abbi pietà”, viene in mente il pellegrino russo, abbi pietà di me che sono peccatore, un corpo in viaggio nel mondo a implorare libertà.
April 16, 2026
“Le creature sono Tue e noi l’ignoriamo” questo l’inizio di “Un altro amore” di Donata Doni, poesia che termina così: “abbi pietà dei nostri occhi che le guardano, della nostra carne che le desidera, del nostro orgoglio che le seduce”. Leggendo queste parole ho sempre l’impressione di sentirmi corpo estraneo all’equilibrio del mondo, corpo estraneo alla consapevolezza di un creato che, naturalmente, sa di essere di Dio, corpo estraneo che rischia di rovinare l’armonia e l’equilibrio della natura. Eppure, è proprio questo rischio di essere distruttivo che fa del corpo umano qualcosa di unico, un’immagine e somiglianza del Creatore, luogo estremo di esercizio della libertà. Una libertà che non risiede astrattamente in un’idea ma che si fa carne, ancora una volta, che ci interpella nella nostra concretezza. Il corpo diventa spazio per imparare a diventare liberi.
Non sull’astratto occorre lavorare ma, ha ragione Donata Doni, libero è colui che sa chiedere pietà per occhi che predano, per una carne che è spesso schiava del desiderio e dell’orgoglio che porta a sedurre i fratelli. Che porta tutto verso se stesso. Il corpo rischia così di diventare gabbia o prigione, a liberare la libertà che siamo sarà solo la preghiera: “Abbi pietà”, viene in mente il pellegrino russo, abbi pietà di me che sono peccatore, un corpo in viaggio nel mondo a implorare libertà.

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