Corpo zavorra
Il corpo come casa fragile e talvolta estranea: una riflessione sul difficile cammino per tenere insieme carne, anima e fede
“Direi la fragile casa che abitiamo”, esordisce così Sara, corpo esile, leggero, sorriso aperto e una vita accanto ai malati terminali di un hospice. Poi continua, “sento il corpo come una casa talvolta estranea, come guscio di lumaca, talvolta meccanismo perfetto e prezioso a cui ci aggrappiamo e identifichiamo” e io mi fermo a pensare a tutte le persone che sentono il proprio corpo come estraneo, costretti a vivere in una casa d’altri, come sentirsi sempre stranieri nella propria pelle. Non riesco a comprendere fino in fondo.
Sento che è qualcosa di drammatico e di serio. Sara mi dice che sono solo fasi, che il corpo a volte è vestito perfetto, a volte no. E chiude “Per me difficile viverlo integrato nell’anima. A volte zavorra”. Mi chiedo quali possano essere i cammini per “integrare” corpo e anima, faccio fatica a sentire questa distanza tra visibile e invisibile, sento il rischio di cedere al fascino di una spiritualità leggera, pura, luminosa ma astratta, spiritualità che ci faccia evadere dal corpo, non mi riconosco in questo. Mi fa paura. Ma Sara mi scrive che il corpo è zavorra, e non mente. Così mi chiedo se non sarebbe il caso di affidarsi a questa zavorra, aggrapparsi al nostro corpo e farsi trascinare con fiducia (fede) fino agli abissi misteriosi di ciò che siamo, per incontrare Cristo lì, il Verbo che si è fatto carne, anche la nostra. E so che è difficilissimo.
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