Polsi

Una riflessione intensa sull’immobilità imposta: dai letti d’ospedale al padre malato di Covid, fino al Crocifisso, dove il dolore umano cerca un senso nella vicinanza di un Dio che libera.
May 6, 2026
Il medico psichiatra prescriveva e noi immobilizzavamo polsi e caviglie al letto. Era una forma di cura, un tentativo di preservare il paziente dal pericolo di una violenza che poteva diventare devastante anche e prima di tutto per se stessi. Io ero poco più che un ragazzino, lavoravo come infermiere, era il mio primo reparto, alcune di quelle esperienze non me le scorderò mai. Anche adesso, mentre sto scrivendo e le mie dita battono sulla tastiera di un computer, rabbrividisco al pensiero che qualcuno, un giorno, potrebbe bloccare le mie mani.
Fermare i polsi, immobilizzarli, l’hanno fatto anche a mio padre, che voleva liberarsi dal casco che erogava flussi di ossigeno, in tempo di Covid, quel casco che ha solo illuso di guarire e che invece non è servito a salvarlo dalla morte. Così quando guardo il Crocifisso mi fermo spesso a chiedermi cosa sia stato per Cristo essere inchiodato mani e piedi a una croce. Mani che avevano accarezzato e guarito, piedi che avevano camminato il passo degli ultimi, cosa sarà stato per Cristo essere legato a un legno? Sovrappongo spesso le immagini, i malati, mio padre, Cristo, convinto che il giorno in cui sarò costretto a una qualche forma di immobilità sentirmi simile a loro potrà aiutarmi a percepire la vicinanza del Padre che slega e libera.

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