Carne, non pietra

Nel dolore, anche il rimprovero a Dio può diventare preghiera. Frik e Giobbe ci ricordano che la fragilità umana non spegne la fede, ma la rende più vera.
April 30, 2026
Frik è un poeta armeno vissuto tra XIII e XIV secolo, in una poesia dal titolo “io ti rimprovero” scrive: “O Dio (…) il mondo ci affligge con torti, tormenti, rancori (…) mai ridurrai in cenere il dolore. Ma noi siamo fatti di carne, mica di pietra!”, quante volte anche noi abbiamo gridato queste parole quando il mondo si accaniva con eccessivo dolore! Non siamo fatti di pietra, il nostro corpo elenca dolori, si lascia scrivere da ferite, colleziona lividi. E per gli organi interni è ancora peggio, il cuore si crepa per troppo dolore. E l’anima, l’anima si ammala. Siamo fragili.
Lo sappiamo. E possiamo implorare Dio che venga in soccorso della nostra fragilità oppure, con coraggio e fede, possiamo rimproverarlo diventando compagni di viaggio di Frik, o di Giobbe, entrambi hanno infatti capito che fede vera è tenere un dialogo aperto con l’Eterno, sempre, anche nel dolore e nell’incomprensione. Così non è solo la carne miracolata, il corpo sanato, a poter sfociare in una lode all’Onnipotente ma anche la carne dolente. Trasfigurare in preghiera i dolori, far sentire a chi soffre che alzare gli occhi al cielo per rimproverare il padre può essere la preghiera più limpida e anche la più profonda. Con la speranza, un giorno, di arrivare a sentire che anche Dio è fatto di carne e non di pietra, che anche lui soffre e che nel nostro pianto anche lui piange sempre con noi.

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