Petto

Il ricordo di una morte in ospedale si fa contemplazione del mistero e della presenza di Dio accanto all’ultimo respiro.
April 28, 2026
“Affacciata alla sponda del tuo letto d’ospedale la visione della candida collina – del lenzuolo che faticosi respiri fanno sollevare abbassare sollevare…” la lettura di questa poesia di Vivian Lamarque mi ha riportato alla prima volta che vidi morire una donna. Ero allievo infermiere, giovanissimo, credo diciassettenne, lei invece era anziana, la pelle raggrinzita, il corpo raggomitolato e rigido, la bocca perennemente spalancata, sembrava una corteccia stanca di restare abbracciata al tronco. L’avevano appoggiata, leggerissima, come svuotata, su lenzuola troppo bianche, in una camera con troppa tecnologia e poco cielo, non era il suo posto, non era il posto giusto per morire, avrei voluto regalarle un cielo stellato e un tappeto di foglie per permetterle di tornare alla terra da dove fu tratta.
Invece stava, e il suo esserci mi interrogava, io, che non ero medico, che non ero ancora infermiere, che non ero un parente, io che non ero niente per lei, stavo a guardare un mistero. In un angolo ricordo perfettamente “la candida collina del lenzuolo che faticosi respiri fanno sollevare e abbassare”, ricordo il tempo di niente tra un respiro e l’altro e ogni volta credere ultimo ciò che ultimo ancora non era. E infine la sicurezza: il Creatore è chinato, adesso, su questa donna, a raccoglierne ogni singolo respiro. Ne sono sicuro. Lo sento.

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