Corpo limite
Il corpo ferito diventa verità: nel limite riconosciuto, Mattia Caldara scopre un altro modo di essere se stesso, non più oltre il dolore ma dentro una fragilità accolta.
“Mattia l’ago non passa, non c’è spazio tra la tibia e il piede. Decidi tu, ma se continui così dovrò metterti la protesi”, mentre leggo queste parole ripenso subito a Mattia, me lo vedo in piedi, in fondo alla chiesa, io prete alle prime armi e lui non ancora calciatore professionista. Poi lui è diventato Mattia Caldara, serie A, grandissime speranze e io l’ho sempre guardato da lontano, non ci siamo più incrociati. Quando leggo la sua lettera di addio al calcio vorrei poterlo abbracciare, lo cerco, lui gentilissimo risponde, gli chiedo cosa sia per lui oggi il corpo.
Mi risponde “Limite, corpo come limite. La testa e il fisico sapevano che non potevano più spingersi oltre. E questo non mi permetteva più di essere me stesso”. In una frase la sapienza di un corpo che ha compreso, ha compreso perché ha sofferto. Ringrazio Mattia perché ha avuto il coraggio di esplicitare la scoperta di quel limite. Di entrarci con tutto se stesso. Ora me lo immagino non più come un ragazzino preso dal dovere di superarlo il limite ma come un uomo, un padre, che quel limite deve abitarlo. Si chiama incarnazione. Un limite in cui testa, fisico e cuore dicono che non è più tempo di spingersi oltre ma che è giunto il momento di spingersi altro, Altrove. Verso chi si ama e verso la fonte dell’Amore. Un uomo che nel limite del corpo impara ad essere se stesso: fragilità consegnata.
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