Corpi vecchi
Un ricordo di cura e fragilità che, solo dopo anni, si rivela scuola di pazienza, pudore e preghiera davanti alla sacralità dei corpi anziani.
Ricordo il freddo, la nebbia, le corse verso la stazione, il treno preso al volo, il breve tragitto e poi l’odore acre di urina che mi invadeva, dalla televisione, intanto, telegiornali gridavano le ultime notizie ad alto volume, musiche aggressive, io mi infilavo la divisa da allievo infermiere, avevo sedici o diciassette anni e iniziavo l’igiene intima degli ospiti della casa di riposo, i più anziani, quelli costretti perennemente a vivere in un letto. Acqua calda e detergente neutro su quei corpi vecchi, usurati dall’età ma, ancor più, provati dallo sfinimento di una morte che tardava a regalare liberazione.
Non ricordo quanta consapevolezza avessi allora, ero davvero un ragazzino, ricordo che cercavo di dare il meglio di me e che non dispiaceva essere d’aiuto a quelle persone. Adesso, a distanza di tanto tempo, posso ancora sentire la puzza acida dei pannoloni da sostituire e il profumo senza anima del detergente ma, soprattutto, penso a quei corpi. Alcuni pesantissimi, altri leggerissimi come piume, pelli accartocciate e secche, arrossate, lacerate. Corpi che hanno insegnato alle mie mani l’arte della cura, della pazienza, del pudore.
Corpi, ma lo scopro solo ora, dopo trent’anni, che mi hanno insegnato a pregare. Erano corpi vecchi e quindi pronti per nascere, a termine, corpi da avvolgere in fasce e da deporre in una mangiatoia. Corpi sacri.
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