Una carezza che scende dal cielo

Tra lutti improvvisi e funerali che stringono una comunità nel gelo, il rito e i gesti nudi del dolore aprono uno spiraglio: chiamare “sorella” la morte e intravedere, nel fruscio del bosco, una promessa di Pasqua e di passaggio nell’Eterno.
January 12, 2026
Una carezza che scende dal cielo
È stata la morte a battezzare la fine dell’anno appena trascorso e a inaugurare quello nuovo. Tragiche non solo le notizie di cronaca ma anche quelle del piccolo mondo che abito, morti improvvise che hanno scosso una comunità intera, telefonate che mi chiedevano di pregare per vite spezzate inaspettatamente e, nel mio cuore, la celebrazione di un anniversario di morte di un amico che sento sempre più vicino e vivo. La morte, ancora una volta, a chiedere ragione della speranza. La morte a rendere fragili le parole, le spiegazioni, i tentativi di addomesticare il dolore. La morte che chiede tempo. La morte a bussare alla porta, a implorare d’essere chiamata ancora sorella lei che questo solo attende, lei la temuta, la non invitata, la taciuta.
Ma in questi giorni non si poteva tacere, c’erano volti e vuoti che chiedevano il perché di tanto dolore. Così benedetto il rito con le sue parole sapienti, benedetta la liturgia eucaristica con quel pane spezzato e quel vino, corpo e sangue che giura l’eternità dell’Amore mentre l’altare sembra prolungarsi ad abbracciare quella bara appoggiata a pochi passi, benedetta la chiesa che raduna la comunità, benedetta la Parola di Dio. Ma benedetto anche ciò che i corpi sofferenti hanno cercato di dire. Li ho contemplati con commozione e gratitudine. Un vecchio uomo compostissimo nel suo lacerante dolore che, al cimitero, si china lentamente sulla bara della moglie e all’altezza della fronte di lei appoggia labbra ormai orfane di un bacio.
Perfino la bocca del loculo, sempre così fredda e affamata di corpi da celare definitivamente ai nostri occhi mi è sembrata, per un attimo, illuminarsi e sospendersi di stupore. Ho visto una signora aggrappata a una colonna della chiesa come fosse l’albero maestro di un vascello durante il naufragio, durante la proclamazione del Vangelo ho visto il suo viso sollevarsi come ad implorare una parola che le permettesse di non affogare nella disperazione. Ho visto un uomo piangere, appoggiato alla parte esterna della chiesa, uno di quegli uomini abituati al lavoro duro nei boschi, uno di quegli uomini che mettono soggezione, che sembrano inscalfibili, mi è sembrato di riconoscere in lui un castagno sradicato da un violento temporale, li conosco, sono struggenti con le loro radici al vento, con la terra che non ha saputo contenere lo strappo della violenza, con quel tronco, lo stesso che fino al giorno prima sfidava il cielo, ora sdraiato e consegnato alla lenta decomposizione del tempo. Ho visto uomini decidere di portare sulle spalle la bara del giovane amico, e farlo in salita, perché il cimitero è in alto, e farlo nel freddo, perché il vento era gelido, e farlo cercando di essere coordinati nei passi, e farlo dandosi il cambio per sopportare la fatica, la morte esigeva, per essere sopportata, una cooperazione perfetta, da soli sarebbero stati schiacciati dal dolore.
Ho visto nipoti cercare nella poesia parole significative ma poi piangere, al cimitero, solo piangere, convincendosi della poesia definitiva delle lacrime. Ho visto occhi smarriti, mani che si stringevano, abbracci che si cercavano. Ho visto una comunità intera stare, in quel giardino che custodisce i morti, immobile, sferzata dal gelo di una sera invernale di montagna, l’ho vista rimanere, non andarsene, resistere, come a chiedere spiegazioni a un Dio che evidentemente era lì, tra loro, in mezzo a noi. Il cimitero confina con un bosco, nel silenzio perfetto, tra lapidi e cappelle che riportano i pochi soliti cognomi che sempre si ripetono da secoli, ho alzato per un attimo lo sguardo, ho visto chiaramente una carezza scendere dal cielo a muovere i rami nudi di alberi secolari, e sollevare melodiosamente il tappeto di foglie secche, ho provato, in quel momento, a chiamarla sorella, la morte, ho provato in silenzio, per me e per tutti, ho osato nel mio cuore, il fruscio del tappeto vegetale sembrava lo scorrere di un ruscello, acqua, come quella che dall’aspersorio raggiungeva per l’ultima volta il legno di una bara, acqua, come quelle che si rompono prima di una nascita, sorella morte frusciava la promessa di un passaggio, non solo tra un anno e l’altro, ma del passaggio definitivo, fin nel cuore Eterno del Padre, frusciava dolcemente la promessa della Pasqua.

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