“Dove sei?”: dal nascondersi alla grazia dell’incontro

“Dove sei?”: la domanda di Dio diventa uno scandaglio dell’anima - “dove è la nostra testa, dove il nostro cuore”- fino a scoprire che “Lui mi sta cercando” e che, nella preghiera, anche il deserto può farsi incontro.
January 5, 2026
“Dove sei?”: dal nascondersi alla grazia dell’incontro
“Dove sei?”, la domanda che Dio rivolge all’uomo in Genesi 3 mi sorprende ancora, non smette di interpellarmi, stamattina voglio lasciarle spazio e abitarla. La domanda, lo sappiamo, schiocca nelle pagine bibliche dopo che Adamo ed Eva presero del frutto proibito. I due, dopo la disobbedienza, appaiono smarriti, persi, in qualche modo morti, volevano diventare come Dio e si scoprono ridicoli bambini impauriti pronti ad incolparsi a vicenda. Il serpente tentatore striscia, velenoso, si attorciglia al cuore, falsifica, se ne va, pronto a tornare. Rimane la domanda, “dove sei?” che, chiaramente, non è solo richiesta di collocazione geografica, le nostre coordinate, il “dove siamo” sulla crosta terrestre è abbastanza semplice da definire, vero problema è la nostra collocazione più profonda. Esistenziale.
Dove siamo noi adesso? Dove è la nostra testa, dove il nostro cuore, dove i nostri desideri? Nelle città che abitiamo la frammentazione ci disperde, nell’immenso caotico giardino dei giorni parti di noi sembrano disgregarsi, perdersi. Fatichiamo a trovare unità. Dove sono davvero quando penso, quando scrivo, quando lavoro, quando parlo con le persone, quando dovrei stare alla presenza di chi amo, dove sono davvero quando prego? Dove sei? La domanda tocca ogni ambito della vita. Dove sono quando notizie di cronaca terribili mi raggiungono e io non mi sconvolgo più come un tempo?
Dove sei parte adolescente di me che sognava un mondo giusto e perfetto? Dove sei giovane carico di entusiasmo che era convinto di poter cambiare le sorti di qualche parrocchia? Dove sono le parti di noi che ci hanno portato fino a qui? Anche il passato sembra allearsi al peccato privandoci di unità. Come Adamo anche io scopro di avere ancora paura. Paura di essermi perso, più ancora, paura di essermi nascosto. Non so se è segno del tempo che passa, ma la pagina biblica mi esplode vicino al cuore, sono nudo davanti al Signore e anche io mi vergogno per la mia miseria, per i miei peccati, per il male che non avrei voluto fare ma che inevitabilmente ha segnato la mia vita, mi vergogno e mi nascondo a me stesso per il disagio che provo per aver deluso chi si fidava di me.
Abbraccio stretto l’Adamo che sono per consolarlo, per consolarmi, per provare a rimanere a galla. Chiudo gli occhi. Rimango. Nel silenzio della preghiera la solitudine lentamente cambia colore, apro lentamente le palpebre, non ho più un giardino intorno, un deserto invece, e mi accorgo che non mi sto nascondendo, mi sono perso, ho lasciato il gregge e mi sono smarrito. “Dove sei?” Il silenzio è rotto dalla voce che adesso non percepisco più come giudicante, il pastore è preoccupato, cammina cercando l’Adamo che sono.
Lui mi sta cercando, sta cercando me. E io sono nudo, ho freddo, ma ho imparato a non aver paura. I tratti di Dio sono quelli di un pastore crocifisso e risorto. “Dove sei?”, l’interrogativo è un grido struggente d’amore che squarcia i cieli, inimmaginabile pensare un Dio così innamorato della sua creatura. Non lo so Signore mio dove sono, non so se mi sono nascosto, se sono fuggito, se ho tradito l’amore, non so dove sono i miei fratelli, mi sembra di non sapere più nulla Signore, so solo che se tu non mi vieni a cercare io non sono niente. E mentre sminuzzo queste sillabe mi accorgo che la città che abito, questo giardino metropolitano, questo deserto che mi sento intorno e dentro, per grazia, nella preghiera, diventa luogo dell’incontro. La mia città alta, la nostra terra santa. Le mani crocifisse e risorte del buon pastore sono calde e sicure. Sono qui. Mi ero perso. Ti aspettavo. Questo balbetto. 

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