La preghiera non è fuga, è lotta che tesse fraternità

Scendo a La Spezia per il teatro in cerca di bellezza, ma quella sera, a poche centinaia di metri, un ragazzo uccide un coetaneo. Lo spettacolo parla di morte, ma non di quella morte “fuori copione”: resta solo silenzio, preghiera, impotenza.
February 9, 2026
La preghiera non è fuga, è lotta che tesse fraternità
La Spezia è la città più vicina al paese che abito, a Spezia scendo per il teatro, passione insopprimibile, scendo come un secchio in un pozzo cercando acqua buona a regalarmi bellezza, senso, domande. A La Spezia un adolescente ha accoltellato a morte un suo coetaneo. E io quella sera ero lì, a teatro, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto. Lo spettacolo parlava di malattia, di paura, di morte eppure era muto, non parlava di quell’altra morte, di quella accaduta poche ore prima a poca distanza, perché era fuori copione, perché era diversa, perché ogni morte è diversa.
O forse perché non c’era niente da dire. Così in questi giorni ho solo fatto silenzio e pensato e ripensato al dolore delle vittime. Ho provato a pregare per loro, silenziosamente. Eppure qualcosa mancava. Città alta è il titolo di questa rubrica, vorrebbe essere una lettera dall’alto dei miei monti per chi vive la complessità della città, quando scrivo penso ai posti che ho abitato, a quelli che conosco, come potevo tacere su La Spezia? Lei è lì, la città, oltre la collina che vedo dalla finestra mentre scrivo al computer, ma dove trovare parole capaci di accarezzarne il pendio fino alla cima per poi scendere verso il mare? Intanto un’amica psicologa, donna di fede e perdutamente appassionata della vita, donna che non si lascia scippare l’entusiasmo dall’età o dalla fragilità fisica, proprio da Spezia, mi comunica che sta iniziando un progetto per aiutare alcuni educatori delle scuole superiori ad affrontare questo trauma. La invidio.
Lei almeno può fare qualcosa, mi dico. E io? Da qui? Sfoglio un vecchio libretto di David Maria Turoldo, un’intervista dal titolo “Preghiera come lotta”, le prime parole del frate poeta mi colpiscono: “uno dei luoghi comuni più stolti e funesti è che la preghiera sia “alienazione”, fuga mundi, “abdicazione delle proprie responsabilità e via dicendo sciocchezza in proposito…”, continuo la lettura, sono poche pagine, alla fine trovo qualcosa che mi consola profondamente, forse una possibilità. “Nella preghiera Dio tesse i fili della nostra fraternità”, mi blocco, penso che ad uccidere un ragazzo sia stata proprio una lama affilata, il filo tagliente di un coltello, a questo filo di morte Turoldo mi sta proponendo di opporre un altro filo, quello della fraternità. Turoldo profeta mistico, uomo d’azione, non certo uomo in fuga dal mondo, giura che la preghiera è ciò che può tessere i fili delle relazioni tra gli uomini, quella “degli sposi tra loro, dei genitori con i figli, dei fratelli e perfino dei fratelli di fede con i fratelli di nessuna fede, oppure anche tra fratelli di diversa fede”, mi aggrappo a questo filo di speranza. Immagino la mia povera e faticosa preghiera come un filo d’acqua, un filo di vento, un filo di voce, davvero un quasi niente che prova a uscire dalla finestra, a incamminarsi su per i sentieri dei boschi per poi scendere fino al mare.
Ci vuole fede, tanta fede per credere che un filo di preghiera possa resistere e arrivare a destinazione, ma è sempre Turoldo che mi rincuora: “perché i confini dell’uomo di preghiera sono gli stessi confini di Dio, cioè nessun confine. Se abbiamo appunto lo spirito di preghiera: perché allora è avere lo stesso Spirito santo di Dio in noi, a gemere con gemiti ineffabili, a pregare per noi, a cominciare lo stesso nostro volere e a portarlo a compimento. Questo Spirito che si libra sopra gli abissi…”. Lascio scorrere nel vento il mio filo di preghiera, imploro Dio che abiti il mio gemito, lo guardo incamminarsi verso Spezia, lo sento debole e inutile e in ritardo ma lo immagino fermarsi a bussare alle porte delle case che incontra, sfinito dalla fatica, a chiedere aiuto, per non morire. Forse la preghiera si muove così, mendicante, di porta in porta, diventa plurale, comunitaria, cosmica. Al filo violento del coltello che taglia i legami ecco il filo fragile che mendica aiuto, una tessitura di parole sussurrate, un gemito, una speranza, un bisogno.
Un silenzio condiviso, un silenzio che, per non essere mera illusione, deve essere abitato da Dio, ripenso a Elia alla sua esperienza dal bordo di una caverna (1 Re 19,12-13). Una preghiera che tesse fili di fraternità con voi che adeso state leggendo. Una lettera scritta a più mani, a più cuori. Una preghiera silenziosa ma abitata dal dolore misericordioso di quel Dio Amore che asciugherà ogni nostra lacrima. Le colline insormontabili della disperazione si oltrepassano aggrappandoci allo Spirito che si libra sopra gli abissi. 

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