Rimanere sulla soglia

Una mattina “perfetta” si incrina: invece di pregare e scrivere, sale inquietudine e colpa. La svolta arriva con Simone Weil: non forzare, ma attendere sulla soglia. “Tutti i beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi.”
February 2, 2026
Rimanere sulla soglia
Oggi è un giorno perfetto, tutto si prospetta docile, perfino il tempo, tanto e tutto a mia disposizione. Il mio piccolo mondo sembra felicemente pronto ad obbedire ai miei desideri, ho progetti che chiedono solo di essere trasformati in realtà (più che altro articoli da scrivere), vivo la sicurezza di avere a disposizione un tempo abbondante per la preghiera mattutina a cui si aggiungerà la libertà pomeridiana vista l’assenza di viste in programma.
Non ho nessun bisogno di prendere l’auto e di scendere a Pontremoli per qualche commissione: nulla. Solo io e il mio desiderio di vita piena, io in questa Città alta che amo ogni giorno di più. Invece qualcosa non torna. Non che succeda qualcosa di imprevisto, l’imprevisto sono io, l’ho dentro. Mi accorgo da subito, sto in ginocchio in preghiera ma l’unica cosa ad essere ferma è proprio il corpo perché, invece, il pensiero corre altrove (e il cuore lo segue).
Conosco tecniche di respiro e di concentrazione, le applico, falliscono. Comincio a innervosirmi, mi sento in colpa, terribile arma che mi colpisce sempre a morte, mi sento in colpa verso chi si è alzato stamattina presto per correre al lavoro, mi sento in colpa verso tutte le persone che avrebbero bisogno del silenzio di cui abbondo e che sto brutalmente sprecando, mio sento in colpa verso Dio… così tutto peggiora, tutto mi sfugge di mano, il cuore si intristisce, i lavori da terminare rimangono sospesi, mi aggiro nervosamente per la casa aprendo libri in cerca di un appiglio, di un’idea, di qualcosa che mi faccia riaccendere la sacra fiamma della passione, quella che porta alla preghiera o alla scrittura. Niente. Esco a camminare con Dulcinea, il mio cane, che non vedeva l’ora di trascinarmi per i boschi. Provo a lasciare andare tutto ma nemmeno lì riesco, stamattina solo un grande senso di fallimento e di frustrazione, perché mi sembra di deludere chi mi immagina chino sulla tastiera a cercare parole da condividere. Il fatto che nulla apparentemente giustifichi questa mia inconcludenza non fa che peggiorare le cose.
Vorrei saper prendere qualche scorciatoia tipo esercizio zen, abbracciare gli alberi, svuotarmi, stare, ma non è la mia grammatica. Cammino e penso che passerà, che prima di sera tornerò a scrivere una riflessione buona da condividere con i miei lettori, vivo questa mia debolezza come una patologia che spero passeggera. Non ho ancora capito niente. Improvvisamente mi ricordo di un libretto letto tanti anni fa, “Simone Weil, 15 meditazioni” a cura del teologo francese Martin Steffens, ricordo che il primo capitolo parlava proprio di attenzione, tema caro alla Weil, rientro a casa, recupero il testo, è fittamente sottolineato: “tutti i beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi”, parola di Simone Weil.
Più avanti: “l’attenzione pura, perfettamente senza scorie, è preghiera” (La pesanteur et la grâce 192), parole che dovrebbero dilatare il mio senso di inadeguatezza, sancire il fallimento di questa giornata così malamente iniziata, se non fossero completate da una provvidenziale sottolineatura: “la preghiera è uno sforzo, forse lo sforzo più grande, ma è uno sforzo negativo. (…) Il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non cerca alcunché anzi è pronto a ricevere, nella sua nuda verità, l’oggetto in cui sta per entrare” (Attente de Dieu 119-123).
E la giornata cambia. In queste parole di Simone Weil trovo consolazione così come nell’interpretazione che Martin Steffens aggiungere quando dice che dovremmo imparare a rimanere sulla soglia di un problema da risolvere, attendendo con pazienza. Rimanere sulla soglia. Ecco cosa è accaduto stamattina, sono stato provvidenzialmente costretto alla soglia e lì, invece di attendere, mi sono ribellato.
Come se la sacralità del Creato non volesse farsi calpestare dalla mia supponenza. Sia che si abiti la solitudine dei boschi o che si cammini immersi nel caos di una metropoli, sia che si disponga di tempo o che se ne sia orfani, quello che mi pare prezioso è imparare a liberarsi dalla folle tentazione di volerla aggredire la vita, di volerla sempre piegare ai nostri progetti. Invece imparare a stare sulla soglia, e farlo come Steffens consiglia “dicendo semplicemente “Eccomi!”, non chiedendo niente, non cercando niente, restando pronti a sopportare il silenzio, se è di questo che Dio vuole nutrirci”.

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