Portati dai Salmi nelle città: la felicità come dono

«Provare a portare i salmi nelle città o, meglio, a farci portare dai salmi nelle nostre città»: da questa immagine nasce un piccolo programma spirituale e quotidiano.
February 23, 2026
Portati dai Salmi nelle città: la felicità come dono
Riprendo in mano il libro dei Salmi, da capo, dall’inizio. Mi piacerebbe provare con voi, ogni tanto, a pregare a partire da un salmo. Non vorrei farne un commento esegetico ma solo proporre un invito di lettura, un invito di preghiera, provare a portare i salmi nelle città o, meglio, a farci portare dai salmi nelle nostre città. Che possa la parola biblica prenderci per mano per accompagnarci tra le vie, tra le gioie e le fatiche, tra le preoccupazioni e le paure, tra le trame delle storie che ogni giorno viviamo. Rendere alta una città è forse anche questo, immergerci fino in fondo, battezzarci nel reale, aprendoci all’alto, all’Altissimo.
Il salmo 1 inizia così: “Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti”. Beato, felice, iniziano così i salmi, con una promessa di felicità. Meditare questa beatitudine mi fa sentire capace d’essere felice. Non per niente scontato, non me lo ricordo sempre. Forse perché credo che la felicità dipenda ancora troppo da me, dal mio carattere, o dalle persone che ho accanto, o dagli eventi. Il Salmo 1 mi invita invece a pregarla la felicità, cioè a sentire che è un dono che può venire solo da Dio e, proprio per questo, è possibile anche per me. La prima cosa che serve per essere felici, dice il salmista, è non sedersi con peccatori, malvagi e arroganti. Per non diventare noi stessi male.
Felicità è non frequentare il male, anche quello che inevitabilmente mi abita, prego il Signore che mi aiuti a comprendere che il Suo amore è più grande della mia miseria, prego e cerco la sua mano, quella che sola può trascinarmi fuori dalle sabbie mobili del mio errore. Nel peccato a volte mi siedo, nel mio riconoscermi misero mi adagio, diventa alibi per abitare la tristezza, per non osare la felicità. Aiutami Signore a non sedermi in compagnia della mia arroganza, aiutami con il tuo amore a liberarmi dalla sicurezza di sapere già tutto dell’altro, del mondo, di come vanno le cose. Invecchiare peggiora questa tentazione. E si finisce per non mettersi più in discussione. L’arroganza, la mia arroganza, è disgustosa quando vuole sempre correggere l’altro, quando non accetta i tempi del fratello, quando tenta di spiegare sempre tutto, quando implicitamente mi pone sempre dalla parte dei giusti. Invece a volte sono anche io il peccatore e l’arrogante da tenere a distanza. Io posso diventare ostacolo alla felicità per i miei fratelli. E di questo mi vergogno.
“Gioia è la legge di Yhwh”, gioia è la legge del Signore, traduce l’amico e poeta Davide Brullo in uno splendido libro edito da Aragno, e continua dicendo che gioia è “legge continuamente munta”. Mungere la legge, mungere la felicità, traduzione poetica che mi trasforma in un assettato, in un cucciolo che ha bisogno di abbeverarsi al seno di Dio. Nella preghiera le mie labbra implorano il suo latte. Chiudo gli occhi, provo a sentirne il gusto dolce sulle labbra. La gioia è il bacio di Dio.

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