Abbiamo paura di non contare niente. E non è un fatto privato

L’antropologia mostra che le regole servono a limitare i comportamenti, a rendere prevedibile il mondo sociale, a riconoscersi come membri di una comunità. Ma quando i potenti mostrano che le norme non valgono per tutti, il patto simbolico si incrina.
January 14, 2026
Abbiamo paura di non contare niente. E non è un fatto privato
L'Unione Europea non conta niente, si sente ripetere da più parti. Tempi di decisione lunghi, divisioni interne, scarsa reattività, negoziazioni estenuanti... La democrazia ha le sue lentezze (alcune migliorabili sicuramente). Come non prenderla sul personale? Come superare il senso di non contare nulla come individui? L'antropologia ci insegna che è tutto un tema di relazioni e quindi se l'uomo più potente del mondo decide per tutti come se stesse giocando a un videogioco in cui vince solo lui, tutto il resto intorno sembra immobile. Da qualche mese il presidente degli Stati Uniti infrange costantemente le regole del diritto internazionale, si sottrae agli impegni di cooperazione presi all'interno di storiche alleanze transnazionali, non rispetta le interlocutrici nella comunicazione, abbatte una casa che non sarà per sempre sua e senza mai pagarne le conseguenze. Ciò che rende tutto più confondente è che in questo agire accade anche qualcosa di buono, come un effetto collaterale: per esempio la bellissima liberazione di Alberto Trentini e di altri ostaggi ingiustamente detenuti in Venezuela.
Ma come conciliare il disagio fortissimo per i modi con la felicità per alcuni risultati ottenuti? Noi che seguiamo le regole non otteniamo nulla, al confronto. Firmiamo petizioni, manifestiamo, doniamo, votiamo, negoziamo, dissentiamo come la democrazia ci permette di fare ma, il più delle volte, non otteniamo nulla. Superare il limite di velocità, non rispettare una scadenza, mentire: può capitare di non rispettare le regole, ma per ognuna di queste trasgressioni siamo consapevoli che arriverà una sanzione. L’antropologia ha mostrato come le norme non servano solo a limitare i comportamenti, ma a rendere prevedibile il mondo sociale, permettendo agli individui di orientarsi e di riconoscersi reciprocamente come membri legittimi di una comunità (lo scrisse già Durkheim all'inizi del '900). In tutto questo il potere, ci insegna l’antropologia politica, è certamente misurabile in termini di risorse e coercizione, ma appartiene soprattutto all’ordine del simbolico: è fatto di riconoscimento, legittimità, aspettative condivise (se volete saperne di più ne ha scritto molto Pierre Bourdieu). Quando chi detiene potere mostra che le regole non valgono per tutti, il patto simbolico si incrina.
Gli esempi etnografici rendono questo meccanismo particolarmente evidente. L'antropologo David Graeber, studiando le burocrazie contemporanee, ha mostrato come le persone continuino a rispettare procedure anche quando sono chiaramente inefficaci, perché le regole funzionano come promesse implicite di legittimità e valore sociale. Quando però chi ha potere può ignorarle senza conseguenze, chi le rispetta si sente inutile, fa tutto ciò che gli è stato insegnato essere giusto, ma resta invisibile. Che tipo di società stiamo costruendo se contare significa imporsi, e non più condividere un ordine comune? Forse la paura di non contare non riguarda il nostro valore individuale, ma il timore che il mondo non sappia più riconoscerlo.
Piccola bibliografia implicita: Bourdieu, P. (1991), Language and Symbolic Power, Harvard University Press, Durkheim, É. (1912), Le forme elementari della vita religiosa, Graeber, D. (2015), The Utopia of Rules, Melville House

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