Luglio ’65 - Nel bosco
Nel bosco di Mandres, tra fragole, ombre e silenzi, il ritorno in valle sembrava uscire da un mondo segreto e più bello, dove avrebbe voluto restare.
Certe mattine in montagna ci si alzava presto e si andava nel bosco di Mandres, alla fine della nostra via. Di colpo si entrava nell’ombra degli abeti, le cime altissime che oscillavano appena al vento. Non era una penombra costante, ma quasi una luce da chiesa. A tratti una radura era nel sole. Anche sul sentiero i raggi cominciavano a farsi strada. Io, sette anni, avevo imparato che dove il sole batte al mattino spuntano le fragole. Mi inginocchiavo e le scoprivo dal basso, rosse, lucenti.
Dolcissime. Restavo indietro, la voce di mia madre: “Marina!”, echeggiava nel bosco. Si diceva che verso Fraines c’erano le sabbie mobili, e che qualcuno addirittura ne era stato ingoiato. Costeggiando quella zona avevo un po’ di paura. Davanti a noi cominciava a stagliarsi l’austera mole del monte Faloria. Poi, in una radura, la malga di Mandres. Era una casa di elfi, piccola, i gerani rosa alle finestre. Servivano fragole e panna montata. Tornavamo sotto al sole alto che ora colmava il bosco di profumo di resina. Davanti a noi si riapriva la valle.
Come venire da un altro pianeta, silenzioso, in una trama di fruscii e canti di uccelli. Come se un altro mondo, segreto ma vicino, ci stesse accanto. Vivo di voci inudibili e reali. Più bello del nostro. Un mondo cui avrei voluto restare.
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