Sbarra: «Perché il 22 e 23 marzo voterò "Sì"»
di Luigi Sbarra
Il sottosegretario a Palazzo Chigi: una separazione più netta delle funzioni non è un attacco alla magistratura, difendere le istituzioni non significa immobilizzarle

Ci sono momenti in cui la democrazia chiede ai cittadini di farsi avanti. La vita democratica conosce i suoi momenti più alti quando si è chiamati a esprimersi direttamente su questioni che toccano l’assetto costituzionale della Repubblica. Quando questo non accade, la democrazia si impoverisce; quando invece si risponde, le istituzioni si rafforzano e acquistano maggiore credibilità.
Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di questi momenti perché ci pone innanzi a un’esigenza di maturità democratica. Siamo chiamati a esprimerci su una riforma che incide sull’ordinamento giurisdizionale, sulla struttura delle funzioni della magistratura, sul modello di autogoverno, sul sistema disciplinare e, quindi, sull’efficienza della giustizia nel nostro Paese.
L’oggetto del referendum potrebbe apparire come una questione tecnica, riservata agli operatori del diritto. Non lo è. Investendo i principii che regolano uno dei poteri fondamentali dello Stato, riguarda tutti noi: la sicurezza, la tutela della salute, le regole del lavoro, i diritti sociali. Per questa ragione, il mio primo auspicio è la partecipazione al voto. Non si tratta dell’adesione a uno schieramento né di un mero adempimento burocratico. È in momenti come questi che una Comunità decide chi vuole essere.
Il mio secondo auspicio è che prevalga il "Sì". Il motivo è semplice: considero importante rendere più chiara la distinzione tra la funzione del giudicare e quella del sostenere l’accusa. Una separazione più netta non è un attacco alla magistratura. È un modo per rendere più trasparente l’assetto della giurisdizione e più evidenti l’imparzialità e la terzietà del giudice agli occhi di chi entra in tribunale come imputato, vittima o testimone.
Non mi soffermo sulle ragioni tecniche, già ampiamente discusse. Vorrei sottolineare il significato civile e istituzionale della riforma. Votare "Sì" significa sostenere un cambiamento che non nasce per screditare la magistratura. Nasce, invece, per rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia, in calo secondo i dati Istat (Fiducia nelle istituzioni del Paese – anno 2024). Un segnale che non può lasciare indifferenti. La fiducia è infatti un bene istituzionale prezioso: non dipende solo dalla correttezza delle regole, ma anche dalla loro capacità di rendere percepibile l’equilibrio tra le funzioni. La riforma va proprio in questa direzione, rafforzando indipendenza e responsabilità della magistratura. Una giustizia credibile, del resto, non è soltanto indipendente: deve apparire responsabile, ordinata, imparziale.
Inoltre, un sistema giudiziario più chiaro ed efficiente è condizione essenziale per ridurre i tempi dei processi. La lentezza della giustizia rappresenta un problema per cittadini e imprese ed è uno svantaggio competitivo per il Paese, incidendo sulla capacità di attrarre investimenti, favorire la crescita e creare occupazione. Ho sentito dire che difendere le istituzioni significherebbe non toccarle. Mi sia consentito dissentire. Difenderle non significa immobilizzarle; significa custodirne le funzioni e avere il coraggio di migliorarle. È lo stesso spirito che nel 1999 portò il Parlamento, con il sostegno di maggioranza e opposizione, a modificare l’articolo 111 della Costituzione introducendo le regole del «giusto processo», tra cui, appunto, la terzietà del giudice.
C’è, infine, un aspetto che riguarda il senso più profondo del servizio pubblico. Chi serve lo Stato non può guardare alla convenienza del momento: servire la cosa pubblica significa guardare al bene comune. Per questo l’invito a votare "Sì" non è sterile adesione a uno schieramento, ma sostegno a un’idea di giustizia come servizio alla verità, ai diritti, alla collettività.
Il referendum non ci chiede soltanto un’opinione: ci chiede se vogliamo partecipare al destino della Repubblica, se essere spettatori o protagonisti della vita democratica, se consideriamo la Costituzione una realtà viva o un testo da tenere sotto una campana di vetro. Io credo che il bene comune si costruisca quando ciascuno accetta di fare la propria parte. Spero che il 22 e 23 marzo si vada a votare con questa consapevolezza: non si decide soltanto su una riforma, ma sull’idea di giustizia da consegnare alla Repubblica e alle nuove generazioni.
Io voterò "Sì", nella convinzione che una giustizia più chiara nelle sue funzioni e responsabilità sia anche più forte, più degna della nostra fiducia e, in definitiva, più giusta.
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