Perché la vicenda Delmastro-Santanché ha fatto saltare il tappo dentro Fratelli d'Italia

Le dimissioni a catena, a distanza di ventiquattr'ore, prima del sottosegretario alla Giustizia e poi della ministra del Turismo (sollecitate quest'ultime pubblicamente da Meloni) proiettano l'immagine inedita di un partito spaccato, tra regolamenti di conti interni a lungo sopiti e fedine penali esibite gli uni contro gli altri nel momento più difficile
March 26, 2026
Perché la vicenda Delmastro-Santanché ha fatto saltare il tappo dentro Fratelli d'Italia
Anno 2017: Daniela Santanché e Giorgia Meloni durante il congresso nazionale di Fratelli d'Italia a Trieste / Ansa
Tenuta al suo posto a lungo, malgrado alcune serie grane giudiziarie che pendono sul suo capo, in nome del garantismo, capita che la ministra del Turismo faccia le spese del referendum sulla giustizia. Di rimbalzo, per giunta. Ironia della politica, che a volte ne sa una più della sorte. Già, perché oggettivamente Daniela Santanchè non è stata certo tra i protagonisti della campagna elettorale per il Sì, uscito sconfitto dalle urne lunedì scorso. E ha ragione quando scrive, nella lettera di dimissioni alla premier Giorgia Meloni, che la débâcle referendaria non è addebitabile a lei. Ma dice molto di più, a leggerla bene, quella lettera. Dice di malumori lungamente sopiti all’interno del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, la cui leader è proprio la presidente del Consiglio.
Tutti hanno notato la sorprendente e irrituale dichiarazione di quest’ultima, martedì sera: via Delmastro e la capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, quindi ora via anche Santanchè. Non c’era nesso evidente, in quel momento, perché se i primi due erano stati in diversi modi protagonisti scomodi per il Governo degli ultimi, infuocati giorni di campagna referendaria (il sottosegretario per le notizie che lo vedevano associato in affari alla figlia di un prestanome del clan camorristico Senese, Bartolozzi per le sue dichiarazioni molto sopra le righe contro la magistratura), Santanchè non si era quasi vista in giro. Le sue dimissioni erano state a più riprese chieste dalle opposizioni nei mesi precedenti per le citate vicende giudiziarie, ma Meloni non le aveva mai messe all’ordine del giorno. A un certo punto si era parlato, sì, di una certa pressione di Palazzo Chigi sulla ministra affinché lasciasse, ma a livello di indiscrezioni. La diretta interessata si era detta disponibile ad andarsene solo in caso di condanna oppure se glielo avesse chiesto la sua leader, di Governo e di partito. E la richiesta è arrivata nel momento in cui, forse, meno se l’aspettava.
Perché? Per pareggiare i conti, viene da dire, perché in FdI, e più in generale nel centrodestra, molti si sarebbero volentieri liberati da tempo di Santanchè. E quando, invece , a essere messo alla porta è stato Andrea Delmastro Delle Vedove, legato alla premier da una solida amicizia coltivata in decenni di militanza politica comune, il tappo è saltato e Meloni ha dovuto sciogliere tutti i nodi. A questo, probabilmente, si riferisce Santanchè quando sottolinea che, al momento, il suo certificato penale «è immacolato», mentre Delmastro una condanna (seppure soltanto in primo grado) ce l’ha, per rivelazione di segreto d’ufficio per via delle carte riservate sull’anarchico Cospito passate al coinquilino e collega di partito Giovanni Donzelli. E ci tiene ad affermare, la ministra dimissionaria, che le sue dimissioni non sono equiparabili a quelle del sottosegretario, la cui vicenda sarebbe «assai diversa» dalla sua. Infine l’amarezza per dover pagare «anche i conti degli altri». Difficile non vedere, negli avvenimenti degli ultimi tre giorni, un momento di inedita difficoltà politica per un partito e una leader che finora sembravano avere tutto sotto controllo. Il filotto di dimissioni “indotte” ne è una formidabile sintesi. Le soluzioni che saranno scelte per uscirne diranno il resto.

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