Santanché si dimette e attacca: «Amarezza, ma obbedisco. Il mio certificato penale è immacolato»
di Gianluca Carini, Roma
Il passo indietro della ministra del Turismo arriva verso le 18 dopo l'invito della premier Giorgia Meloni a seguire l'esempio di Delmastro e Bartolozzi. Nella missiva indirizzata alla premier, l'ex titolare del Turismo accusa: «Cara Giorgia, sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri»

Il fortino eretto da Daniela Santanchè si sgretola attorno alle 18 quando arriva la conferma delle sue dimissioni. In una lettera inviata alla premier («cara Giorgia») la ministra parla di obbedienza e «amarezza», rivendicando di aver svolto il suo ruolo «al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione». Santanché rivendica il rapporto di lunga data con la premier (la ministra è stata tra le fondatrici del partito) e ricorda come, nonostante le inchieste in corso a suo carico, «ad oggi il mio certificato penale è immacolato» e «per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio». Poi ripercorre la giornata di scontro con la premier di ieri, con la dura presa di posizione di fronte alla richiesta di dimissioni. Un arroccamento durato di fatto una giornata: prima privatamente e poi in forma pubblica, con la nota in cui Santanché confermava tutti gli impegni odierni, seguita da quella (inedita o quasi) di Palazzo Chigi in cui si invitava la ministra a lasciare, seguendo l'esempio di Delmastro e Bartolozzi.
«Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) - scrive Santanché a Meloni - ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me». L'ex ministra scaccia via anche paragoni con Delmastro («che pure paga un prezzo alto»). Il passo indietro arriva dopo un lungo pressing delle opposizioni e anche del centrodestra. Infine, i passaggi più personali: «Non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi», pur non nascondendo «un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». E la chiosa in cui Santanché dice di tenere più «alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento» che al resto.
La giornata
Il passo indietro della ministra arriva quasi 48 ore convulse, in cui era filtrata tutta l'irritazione della premier Giorgia Meloni. Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, d'altronde, erano già arrivate le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, rispettivamente sottosegretario e capo di Gabinetto alla Giustizia: entrambi più volte al centro di gaffe e scivoloni, Delmastro si dimette per l'ormai nota vicenda della Bisteccheria d'Italia, il locale aperto con la figlia di un prestanome del clan Senese; Bartolozzi - rimasta peraltro l'unica indagata per il caso Almasri - lascia invece per alcune uscite infelici, come quella sulla magistratura, definita «plotone d'esecuzione». Passi indietro in un certo senso attesi. In pochi si aspettavano invece che nel giro di vite post voto rientrasse anche la Pitonessa, sempre difesa in passato dalla premier Meloni (e dal presidente del Senato Ignazio La Russa) anche nei momenti di massima esposizione dovuti alle inchieste per bancarotta a suo carico. Il basso profilo tenuto da Santanché in questa campagna referendaria però non l'ha esclusa dal repulisti deciso da Meloni. Dietro, forse, c'è anche una mossa preventiva: secondo quanto filtrato, entro fine aprile è atteso il deposito della relazione del curatore fallimentare di Ki Group Holding, la terza società fallita riconducibile a Santanché. E quindi la ministra rischia un'altra accusa di bancarotta dopo quelle già aperte per i fallimenti Ki Group e Bioera, che si aggiungono a loro volta al caso Visibilia (falso in bilancio) e alla presunta truffa all’Inps negli anni del Covid. Troppo per un Governo che negli ultimi mesi si è scoperto più traballante. E così, dopo aver respinto tre mozioni di sfiducia in quattro anni, il vento attorno alla Santanché è cambiato.
La richiesta delle opposizioni
In questo contesto è arrivato l'invito pubblico alle dimissioni (un inedito o quasi nella storia repubblicana) avanzato da Meloni alla ministra del Turismo, invitata a mostrare la «medesima linea di responsabilità istituzionale» di Delmastro e Bartolozzi. Mentre oggi anche le opposizioni unite hanno presentato la loro mozione di sfiducia contro Santanché, sia alla Camera che al Senato. A Montecitorio la mozione è firmata da Chiara Braga (Pd), Riccardo Ricciardi (M5s), Luana Zanella (Avs), Matteo Richetti (Azione), Maria Elena Boschi (Iv) e Riccardo Magi (+Europa). La richiesta di Meloni evidenzia, secondo la minoranza, «il venir meno del rapporto fiduciario» e comporta «una situazione di oggettiva incompatibilità con la permanenza in carica». E ancora, «la mancata assunzione di responsabilità mediante dimissioni volontarie, a fronte di una esplicita presa di distanza del vertice dell'esecutivo, configura una grave anomalia istituzionale». La discussione sulla mozione di sfiducia a Montecitorio è stata fissata per lunedì, 30 marzo.
La stessa mozione è stata avanzata anche a Palazzo Madama. In aula è intervenuto per primo il capogruppo del M5s, Luca Pirondini, chiedendo alla premier di «mettere fine a questo balletto indecente». Il dem Antonio Nicita ha sottolineato invece una differenza con i casi Delmastro e Bartolozzi. Nel caso di Santanché, Nicita si è chiesto retoricamente «cosa è cambiato oggi rispetto al luglio 2023, al luglio 2024 e al febbraio 2025 quando sono state respinte dal Parlamento le dimissioni di Santanchè? Per capire se è un chiarimento o semplicemente se come diceva Churchill "quando sei in grande difficoltà prendi un gatto morto e buttalo sul tavolo". Allora chiediamo che Meloni venga cortesemente in aula per rispettare questa istituzione». Il ministro meloniano Luca Ciriani (Rapporti con il Parlamento) era stato facile profeta, dicendo che non si sarebbero votate. Una ministra sfiduciata in Parlamento una settimana dopo la richiesta pubblica avanzata dalla sua premier sarebbe stato oggettivamente troppo. Santanché, intanto, ieri mattina aveva confermato tutti gli impegni. Arrivata al ministero a bordo di un'auto blu e accompagnata dalla scorta, la ministra non ha risposto ai cronisti. Nel pomeriggio poi è arrivata la conferma dell'addio all'incarico.
Nordio conferma che rimarrà ministro
Nelle ore dopo il referendum si era parlato anche di un possibile addio del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Un'ipotesi che con il passare delle ore sembra tramontare. Lo stesso Nordio, entrando alla Camera per il question time, ha confermato la volontà di restare, dicendo di aver ricevuto la fiducia direttamente da Meloni. «Avendo il sottosegretario Delmastro già rassegnato le dimissioni viene meno la materia del contendere - ha detto in Aula -. Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum di questo tipo: la fiducia è già stata confermata dal Governo e in prima persona dal presidente Consiglio».
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