Nicole Minetti e la grazia che ha fatto discutere (a vuoto)

Dopo la vittoria del No la prima scarcerazione eclatante dimostra, oltre alla correttezza del Quirinale, l'infondatezza di alcuni argomenti. E con sconcertante analfabetismo costituzionale spiazza soprattutto i "vincitori"
April 14, 2026
Nicole Minetti e la grazia che ha fatto discutere (a vuoto)
Nicole Minetti in una foto d'archivio, all'uscita da un'udienza al palazzo di giustizia di Milano/ FOTOGRAMMA
Era stato paventato, a difesa delle ragioni del “Sì” al recente referendum sulla giustizia, che «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori, antagonisti che devastano le stazioni» avrebbero potuto beneficiare di un’eventuale vittoria del “No” e, invece, dopo la consultazione la prima scarcerazione eclatante – per essere precisi si è trattato di una mancata assegnazione ai servizi sociali - ha riguardato l’igienista dentale del "caso Ruby" che mise nei guai Silvio Berlusconi, l’ex consigliera regionale lombarda Nicole Minetti. A ben vedere, però, la grazia intervenuta da parte del presidente Sergio Mattarella ha spiazzato più sul versante dei vincitori. Con sconcertante analfabetismo costituzionale c’è chi ha parlato di favoritismi, trascurando che la grazia è un atto tipicamente individualizzato – come ogni provvedimento in materia penale, d’altronde – e tralasciando che, pur trattandosi di una prerogativa in capo al presidente della presidente della Repubblica, pochi atti come questi richiedono un concorso ampio e condiviso, già ab origine, giacché l’iter necessita per poter essere correttamente avviato di un’ammissione di colpa da parte del reo e un’accettazione della sanzione penale irrogata, che tuttavia si chiede di poter evitare. Ma, prima di arrivare sul tavolo presidenziale, la richiesta necessita anche di un parere favorevole e motivato della magistratura e del ministero della Giustizia.      
L’intervento chiarificatore, in grado di mettere le cose a posto è venuto con un’intervista al Corriere della Sera della procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni. «Noi siamo abituati a valutare senza pregiudizio: i fatti per i quali Minetti era stata condannata risalgono a quando era molto giovane. Non ha avuto ruoli direttivi o organizzativi, anzi è verosimile che sia stata influenzata da altri», ha premesso. Il suo sostituto Gaetano Brusa ha firmato il parere positivo (non vincolante) per la grazia. Un parere «fatto benissimo» sottolinea Nanni che spiega: «Minetti è stata condannata a meno di 4 anni di reclusione per reati non ostativi, cioè considerati dal legislatore meno gravi». Per i quali rischiava l'affidamento in prova ai servizi sociali. Inoltre «nella valutazione conta il fatto che, successivamente ai reati commessi, sia stata documentata una condotta di vita non solo regolare, ma con attività meritorie, volontariato in Italia e all'estero. Nessuna recidiva o comportamento illegale o delittuoso», chiarisce ancora la procuratrice generale di Milano, sottolineando che a ferirla di più è «la malafede di chi davvero pensa che un condannato possa avere un trattamento privilegiato».
Insomma: i magistrati hanno potuto verificare che la rieducazione alla quale la pena deve essere finalizzata – in base alla Costituzione – era già andata a buon fine e, d’altronde, dal Quirinale era stato chiarito che nella valutazione finale di Mattarella avevano influito anche «le gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti che necessita di assistenza e cure particolari, presso ospedali altamente specializzati», con l’aggiunta che «la normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti dettagli sulle condizioni di salute del minore». E come noto la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità, con buona pace dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, che, pur avendo giurato anche lui sulla Costituzione, ha confessato di provare «gioia», nel vedere i reclusi, ancora in attesa di giudizio peraltro, «non in grado di respirare» sulle auto della polizia penitenziaria.
Con tutte queste premesse appare chiaro che Mattarella non si è inventato niente da solo, e non si capisce davvero con quale motivazione un "arbitro" – quale si è sempre definito – privo di animosità e pregiudizi poteva far deragliare verso un binario morto una pratica che con il concorso di tutti (magistratura, ministro della Giustizia e la stessa “rea”) era così concordemente avviata verso un esito positivo, a beneficio non solo della diretta interessata,  stando a quanto messo agli atti dai magistrati stessi.
Il Quirinale ha fatto sapere che la decisione era stata già assunta prima del voto referendario, quando inutilmente il capo dello Stato aveva chiesto alle parti in causa, in campagna elettorale, un maggiore rispetto per le istituzioni, per non precludere un clima di leale collaborazione che in ogni caso sarebbe dovuto riprendere dopo il voto. Cosicché la grazia in questione, per non essendo questo il “movente”, finisce per indicare nell'attuale momento storico proprio la via maestra della corretta collaborazione istituzionale.
Cadute di stile ce ne sono state, su un fronte e su un altro, all’esito del voto: famiglie usate per polemiche mediatiche per niente rispettose del supremo interesse dei minori; magistrati consegnati al tifo da stadio, trasformadosi da “arbitri” a ultrà della curva. Qui invece, come nella stragrande maggioranza dei casi, la magistratura non ha fatto altro che il suo lavoro: far prevalere i valori della Costituzione, senza minimamente farsi condidizionare dal “fantasma” di Silvio Berlusconi e dalla sete di rivincita, da taluni temuta e da talaltri auspicata.

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