
Uno sguardo ai titoli delle agenzie. Un pensiero alla Grande partita per occupare il Centro. All'offensiva di Matteo Renzi e all'altolà di Antonio Tajani. Giorgia Meloni anche nelle conversazioni più private "accarezza" il Centro con parole già ascoltate. «Come sempre, quando all'orizzonte ci sono le elezioni politiche si torna a parlare di centro, di spazi da occupare, di nuovi contenitori politici, ma io credo che il centro non sia un luogo dove stare a metà strada. È una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà, senso dello Stato e noi quella cultura l'abbiamo messa al centro dell'azione di governo». Parole nette. Parole che suonano come un messaggio alla sfida aperta da destra da Roberto Vannacci. E anche una risposta a quello che ai piani alti di palazzo Chigi raccontano come il "bacio della morte" di Donald Trump. La premier sa che un endorsement del presidente americano, con il voto che si avvicina, potrebbe costare caro. E conosce tutti i rischi di una qualsiasi forma di intesa con la destra del Generale. Ma sa anche che quella per il Quirinale sarà la partita delle partite e allora, intervenendo con un messaggio a un convegno sull'eredità politica della Dc organizzato dall'ex ministro Rotondi a Saint Vincent, si sofferma sulla storia e sulla forza della Balena bianca: «Io non vengo da questa storia e non ho la pretesa di raccontarla meglio di chi l'ha vissuta, ma la Dc è stata per decenni il partito di governo per eccellenza, il più duraturo della storia repubblicana e ho imparato che la sua forza veniva dalla capacità di rappresentare un grande blocco popolare. Un blocco popolare che voleva stare in Occidente, dalla parte della libertà, della democrazia, in anni in cui una parte importante della politica italiana invece guardava altrove, verso modelli che promettevano uguaglianza e producevano oppressione».
La traduzione è facile: il centro politico sta con questo governo. La riflessione della premier è legata a doppio filo al botta e risposta tra Renzi e Tajani. L'ex premier fiorentino attacca: porte aperte ai «riformisti di Forza Italia... Lasciate il partito e venite con noi». La replica di Tajani è netta: «Il centro è uno solo e noi non lo inseguiamo: noi siamo il centro». A chi, «in buona fede», aveva creduto di trovare nello spirito "laburista" una casa riformista e moderata, il vicepremier offre subito le chiavi di quella azzurra: «Le nostre porte sono aperte» a chi vuole contribuire al «grande progetto popolare e moderato» di un partito garantista, europeista e atlantista. La contesa ovviamente investe Palazzo Chigi. Meloni chiarisce la linea. Maurizio Lupi, impegnato a rivendicare il «ruolo da protagonista» del centro, argine agli «sterili populismi».
Musica familiare per Forza Italia, dove però sulla larghezza delle porte emergono i distinguo. Roberto Occhiuto le spalanca e rovescia l'offensiva: «Renzi, Boschi, Calenda e Marattin li vorrei nel centrodestra», provoca il governatore calabrese. Ma il capodelegazione azzurro a Bruxelles, Fulvio Martusciello, frena: «Un centrodestra credibile non applica la logica del calciomercato». E anche Maurizio Gasparri chiude: l'ex premier è il «re dei falliti». Fuori da quella casa Carlo Calenda prova a costruirne un'altra, al fianco dell'Ucraina. Un punto fermo sul quale, davanti al richiamo di Renzi al ruolo della diplomazia, il leader di Azione trasforma il confronto tra riformisti in duello: «Vergognati e vai a Kiev».
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