Malan (FdI): «Era difficile parlare dei contenuti. Il premierato? Adesso valuteremo»
Il capogruppo dei meloniani in Senato: «Il testo era condiviso con Nordio, non gli si può imputare nulla»

«Speravamo in un risultato diverso. Abbiamo fatto tutto quanto era possibile in una campagna molto difficile, perché e è stato arduo parlare del merito della riforma. Ciò detto, il popolo ha dato una risposta chiara. La rispettiamo e andiamo avanti con gli altri punti del programma di Governo...». A due ore dall’apertura delle urne, la vittoria del No è già fuori discussione. Il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan ne prende atto, guardando però subito al «dopo».
Quale idea si è fatto delle ragioni della sconfitta?
Temo che molti abbiano detto No, più che alla riforma, a ciò che altri hanno raccontato.
Se poteste riavvolgere il film dell’ultimo anno, cosa non fareste? Ad esempio, con una convergenza dei due terzi delle Camere, il referendum non sarebbe servito.
Non credo che le opposizioni avrebbero aderito, perché mosse da una spinta pregiudiziale al No. Piuttosto, abbiamo sottovalutato in campagna elettorale alcune affermazioni, come quella che il Governo voleva sottoporre la magistratura all’esecutivo. Le abbiamo bollate giustamente come infondate, ma avremmo dovuto insistere di più e far capire agli elettori che erano fake news. Detto questo, c’è il rammarico per un’occasione persa per modernizzare il Paese. Era un passo obbligato, coerente con la settima disposizione transitoria della Costituzione e con la riforma Vassalli del 1989. Sarebbe stata una svolta importante per l'Italia, che adesso resta uno dei due Stati, su 27 membri Ue, a non avere la separazione delle carriere.
Cosa farete con le altre riforme della giustizia, come quella delle intercettazioni, che dovevano avere via libera dopo il referendum?
Le riforme dipendenti dal referendum muoiono qui. Altre norme invece andranno avanti e le analizzeremo con attenzione, perché la giustizia dev’essere migliorata.
E le altre riforme costituzionali, come il premierato? Pure per quello occorrerebbe poi un referendum.
Le riforme si fanno perché siano approvate. Evidentemente questa non è stata approvata. Perciò, sul premierato valuteremo.
La premier ha anticipato che non sarebbe stato un voto sul Governo. Ma le opposizioni ora gli assegnano un valore politico. Cosa ne pensa?
Se le forze raggrumatesi attorno al No aspirano a governare in futuro il Paese, dovranno trovare un accordo su un programma e su un leader di coalizione. Al momento, non lo vedo semplice. Noi governiamo da tre anni e mezzo senza dissensi interni. La separazione delle carriere era un punto importante del programma, dove però c’è molto altro: dall'economia, al lavoro - dove nonostante i tempi difficili abbiamo raggiunto il record degli occupati - alla tenuta dei conti pubblici, ora affidabili, agli investimenti attirati dall’Italia. C’è la politica estera e c’è il difficile compito di garantire la sicurezza dei cittadini.
C’è chi ipotizza che, se la maggioranza dovesse cercare un capro espiatorio, il prezzo potrebbe pagarlo il Guardasigilli. Avrebbe senso, a suo parere?
Il ministro della Giustizia ha messo la sua firma e le sue doti di giurista nello scrivere la riforma. Non gli si può imputare di aver fatto ciò che gli elettori ci avevano chiesto e che ha trovato compatta la coalizione, dietro di lui.
Le tensioni fra Governo e magistratura, inaspritesi nella campagna, permarranno?
Non abbiamo mai inteso attaccare la magistratura. E auspichiamo che ciascuno operi nel ruolo che gli assegna la Costituzione.
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