I ricorsi contro la legge elettorale sono già pronti: ecco i 5 punti contestati
Tra oggi e domani, lo "Stabilicum" (per le opposizioni "Melonellum") taglierà salvo sorprese il traguardo. In circa 30 distretti si lavora già agli atti da presentare nei tribunali, con rilievi su preferenze, firme, equilibrio di genere. Ci sono i tempi tecnici per la pronuncia prima di un voto anticipato: la Consulta dovrebbe esprimersi a febbraio

La legge elettorale deve ancora tagliare il traguardo e già si guarda oltre. Alla prossima tappa prima dell’applicazione dello Stabilicum che, inevitabilmente, diventa ora quella dei ricorsi alla Consulta per far dichiarare non costituzionale, in parte o in tutto, questa riforma tanto contestata. La macchina organizzativa dei ricorrenti è in moto da tempo e c’è già un primo appuntamento: lunedì prossimo, il 12, una conferenza stampa alla Camera. Peraltro si tratta di una macchina collaudata, già rodata negli ultimi appuntamenti referendari.
«I ricorsi sono in via di redazione e saranno pronti per essere depositati nei tribunali non appena entrerà in vigore la legge», ha confermato Roberto Zaccaria, coordinatore della Rete contro la riforma elettorale, aggiungendo che l’obiettivo è «un rinvio degli atti alla Corte costituzionale».
Decisiva, a questo punto, diventa anche la tempistica: i giudici della Corte sono abituati a tempi medio-lunghi, eppure gli esperti della materia stavolta prevedono che potrebbe arrivare già a partire dal mese di febbraio l'eventuale pronuncia della Corte sui ricorsi annunciati. Il calendario prevede infatti una serie di passaggi tecnici i quali richiedono, come minimo, un arco temporale di almeno tre mesi, forse tre e mezzo.
La corsa è anche numerica, i ricorsi “in via di redazione” da parte della Rete che riunisce organizzazioni, associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, avvocati e cittadini saranno molteplici e presentati in circa 29-30 tribunali civili italiani, stando agli ultimi calcoli. Una riunione di coordinamento, per fare il punto, si sarebbe tenuta nei giorni scorsi a Milano. A curare la regia degli atti è Enrico Grosso, che fu presidente onorario del comitato per il No al referendum costituzionale sulla giustizia, lo scorso giugno. I documenti saranno depositati appena la legge entrerà in vigore, ossia quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In sostanza, i firmatari chiederanno l'accertamento di una lesione del diritto di voto legato alla riforma. Nel mirino sono in particolare 5 punti: le preferenze “a metà”, l’abnorme numero di firme (450mila) che di fatto blocca l’ingresso in Parlamento di nuovi partiti, il mancato equilibrio di genere, il premio di maggioranza e la creazione di fatto di un unico mega-collegio mondiale per il voto degli italiani all’estero.
È prevedibile, quindi, che i primi depositi avverranno già a fine ottobre, al massimo ai primi di novembre. Una volta depositato il ricorso, i tribunali dovrebbero adottare un procedimento semplificato con cui si prevede che il giudice possa fissare l'udienza dopo 40 giorni per ascoltare le ragioni del ricorso. A quel punto si riserverà di decidere e, se lo riterrà, emetterà un'ordinanza in cui solleva una questione di legittimità costituzione davanti alla Consulta.
L'ordinanza dovrà poi essere notificata alle parti interessate - a partire dal presidente del Consiglio dei ministri - ed, entro 20 giorni dalla notifica, il presidente della Consulta potrebbe già fissare l’udienza nei successivi 20 giorni. L’obiettivo «è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili» per le prossime elezioni, anche nel caso in cui queste fossero anticipate alla fine alla primavera del 2027, ha detto ancora il coordinatore Zaccaria. I tempi tecnici ci sarebbero. A meno di improvvisi intoppi. In questo modo si eviterebbe il potenziale danno maggiore dello Stabilicum: cioè quello che la legge possa fare il suo debutto alle urne prima di essere dichiarata, eventualmente, incostituzionale. Sarebbe una beffa oltre al danno.
La Corte costituzionale, con ogni probabilità, sarà quindi chiamata a decidere sulla legge elettorale a dieci anni esatti di distanza dalla sentenza depositata a febbraio 2017 in cui dichiarò parzialmente illegittimo l'Italicum varato dal governo guidato da Matteo Renzi. In particolare stoppò il turno di ballottaggio tra le due liste più votate nel caso in cui nessuna avesse raggiunto il 40% dei voti, ritenendolo lesivo della rappresentanza e della parità del voto. Mentre disse sì ai capilista bloccati - riconoscendo su questo piano il ruolo dei partiti - e al premio di maggioranza, considerato ragionevole per la lista che avesse raggiunto il 40% dei voti.
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