Basta con lo strapotere degli algoritmi sui social. Cosa dice il manifesto di Piano B

Il documento firmato da 18 intellettuali e professori per contrastare l'odio sulle piattaforme (e gli effetti nelle società). Tra le richieste, lo stop ai profili anonomi
March 21, 2026
Basta con lo strapotere degli algoritmi sui social. Cosa dice il manifesto di Piano B
Per salvare le nostre democrazie sempre più in difficoltà occorre, tra le altre cose, regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi delle piattaforme digitali. Ed è necessario agire in fretta. A dirlo, senza troppi giri di parole, sono gli esponenti di “Piano B” – formato da intellettuali, economisti, politici, giuristi, esponenti della società civile e del Terzo settore – che hanno sottoscritto un manifesto «per una democrazia libera dalla manipolazione digitale».
I social network, negli anni, hanno perso sempre più la patina di luoghi di confronto per diventare invece teatro di polarizzazione e in molti casi disinformazione. Questo perché a essere “premiati” sono soprattutto i contenuti più divisivi e violenti: e dato che i social occupano sempre più spazi nel quotidiano di tanti cittadini, tutto questo ha delle ripercussioni nella stessa società. «Storicamente il problema nasce con X (l’ex Twitter, ndr) ma poi viene esteso a tutti i social e oggi anche a ChatGpt che in teoria può influenzare l’elettore in un rapporto di uno a uno», spiega Leonardo Becchetti, professore di Economia Politica all’università di Roma Tor Vergata e tra i firmatari del manifesto di Piano B. «Stiamo lì a disciplinare la tregua elettorale prima di un voto – prosegue Becchetti – ma poi non ci rendiamo conto che dove si formano le idee politiche è una sorta di Far West in cui si premia spesso chi è più aggressivo, perché questo attira più contatti e dunque crea più engagement».
Che abbia più risonanza l’opinione divisiva o l’immagine cruenta non è un fatto nuovo, certo, ma è qualcosa di connaturato all’uomo. È lo stesso principio che porta molti a fermarsi davanti a un incidente stradale. Tuttavia a essere cambiato con i social network è l’accesso giornaliero a questo tipo di contenuti, favorito anche dalla possibilità di anonimato degli utenti. E nella sua portata questo è ormai un fenomeno collettivo, non individuale.
«La polarizzazione, se vogliamo, è il metodo del “Processo di Biscardi” o delle tavole rotonde ma ciò che cambia oggi è che nei social tutto questo non è trasparente», prosegue Becchetti, contrario in ogni caso all’idea di un social “pubblico” ipotizzata da alcune parti. «Piuttosto credo alla regolamentazione dei social, all’obbligo per gli utenti di metterci nome, cognome e faccia come nella vita reale per evitare la proliferazione di bot e profili finti. Ma ritengo necessaria anche la responsabilità editoriale dei proprietari dei social». La prima cosa da fare, in ogni caso, «è rendere pubbliche le regole degli algoritmi per verificare se rispettano la nostra Costituzione».
Sull’aderenza ai principi della nostra Carta, i componenti di Piano B richiamano ad esempio l’articolo 21, in quanto la libertà di espressione non può comportare la partecipazione dei cittadini a un dibattito pubblico distorto, l’articolo 3 perché si rischia di avere una disuguaglianza nel dibattito in favore dei toni polarizzanti. Ma anche l’articolo 2, poiché chi fomenta le ostilità erode la solidarietà e i legami sociali. Oppure l’articolo 1, in quanto la sovranità popolare richiede un’opinione pubblica non manipolata e da ultimo l’articolo 41 che impone all’iniziativa economica privata di non andare contro dignità umana e utilità sociale.
Qualcuno sta già iniziando a muoversi. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ad esempio ha annunciato un pacchetto di misure per imporre l’obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, la responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione degli algoritmi e l’amplificazione di contenuti illegali, sistemi di monitoraggio dell’odio e della polarizzazione. Oltre a un rafforzamento serio della verifica dell’età per proteggere i minori. Il tema ovviamente è complesso e non si presta a soluzioni immediate o facili: in molti ricordano come l’anonimato dei social consentì ai manifestanti, ad esempio durante le primavere arabe, di comunicare sfuggendo alla repressione dei regimi. E ancora, la giusta necessità di evitare gabbie d’odio rischia di trasformarsi in censura o controllo da parte dello Stato. Ma è altrettanto chiaro che l’attuale status quo è difficilmente sostenibile.
D’altronde, spiega Mauro Magatti (sociologo ed economista dell’università Cattolica di Milano, anche lui tra i firmatari del manifesto), «dopo che abbiamo introdotto le automobili abbiamo capito che dovevamo creare un Codice della strada». Il professore della Cattolica ricorda poi che «per decenni c’è stata la retorica del mercato libero e della concorrenza, oggi invece siamo precipitati in un mondo fatto di oligopoli e monopoli, il che è un evidente paradosso, con l’aggravante che nel caso dei social questo non ha ripercussioni solo economiche ma anche culturali, politiche e perfino militari». Magatti cita il politico democristiano Piero Bassetti, «con cui ho lavorato da giovane: “Stato” è il participio passato del verbo “essere” e dunque per definizione è sempre in ritardo».
Ciò detto, l’obiettivo di un intervento «non è quello di creare pachidermi che blocchino tutto oppure solo scrivere nuove leggi, ma intervenire su temi cruciali e avere regolamentazioni che possano adattarsi in tempi rapidi». Insomma, «sentiamo dire che la democrazia è sotto attacco da attori esterni, i famosi autocrati, ma anche all’interno i pericoli non mancano. Se vogliamo affermare che la democrazia deve essere sostenuta e rilanciata bisogna creare le condizioni per correggere le storture, cosa che peraltro è sempre accaduta, la democrazia è un continuo aggiustamento che limita lo strapotere di pochi».
D’altronde, la mancanza di regole chiare porta a decisioni estemporanee che destano scalpore (e polemiche). Come quella della Corte costituzionale romena che nel dicembre 2024 annullò le elezioni presidenziali, citando un rapporto declassificato dell’intelligence che rivelava un’ampia interferenza straniera (soprattutto russa) tramite TikTok di cui aveva beneficiato il candidato di estrema destra Clin Georgescu, vincitore al primo turno. Una vicenda piuttosto clamorosa che rivela una cosa: la cosa migliore è intervenire a monte, con regole chiare, perché qualunque misura presa ex post rischia di alimentare tensioni e sospetti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA