Armi al Golfo e basi Usa, cosa ha deciso l'Aula. E Crosetto ammette: azione fuori dalle regole
Maratona parlamentare all'insegna delle polemiche. Aspre critiche a Meloni per aver preferito un'intervista in radio alla presenza in Aula: recupererà l'11. Da Pd, M5s e Avs risoluzione "modello Sanchez". Il titolare della Difesa: l'operazione Usa-Israele non rispetta il diritto internazionale

Alle 13.20, dopo le prime tre ore di maratona parlamentare sull’Iran, il ministro della Difesa Guido Crosetto esprime la posizione ufficiale del Governo sull’azione di Usa e Israele contro Teheran: «Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale. L’attacco israeliano è partito nel momento in cui la posizione di Khamenei è diventata nota, è una guerra che è partita all'insaputa del mondo. Il problema nostro è gestire le conseguenze di una crisi che è esplosa e che non abbiamo voluto». Una formulazione senza infingimenti, che Crosetto articola durante la sua replica ai forti attacchi piovuti dai banchi dell’opposizione. Al suo fianco c’è il titolare degli Esteri Antonio Tajani, incaricato di rendere insieme al collega della Difesa le prime comunicazioni del Governo sul conflitto. Entrambi però sono stati preceduti dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che di buon mattino, prima dell’inizio della lunga ed estenuante sessione monotematica di Camera e Senato, ha rilasciato un’intervista radiofonica a Rtl 102.5. A tutti gli effetti uno scivolone della premier, accusata poi durante l’intera giornata di non essersi presentata in Aula in prima persona preferendo al Parlamento il megafono dei media, ed esponendo i suoi due ministri alle saette dei gruppi di opposizione. L’incidente non è banale, e alla fine suona come cenere sul capo la decisione di far intervenire Meloni alle Camere mercoledì prossimo, in netto anticipo rispetto alle comunicazioni già previste alla vigilia del Consiglio Europeo del 19-20 marzo.
Dal punto di vista strettamente parlamentare, e dal punto di vista politico in senso ampio, la mega-sessione cristallizza l’assenza di dialogo e confronto sulla politica estera. Sia alla Camera che al Senato passa solo la risoluzione della maggioranza, insieme ad alcuni pezzi delle risoluzioni di Azione e Iv (a Montecitorio) e della sola formazione renziana a Palazzo Madama. Bocciata invece la risoluzione unitaria di Pd, Avs e M5s, che però stavolta riescono a non spaccarsi su un dossier estero.
Il testo delle forze che sostengono il Governo è fondato su tre pilastri: la difesa dei Paesi europei più esposti, come Cipro; la concessione delle basi agli Usa in base a quanto previsto dai Trattati del 1954; gli aiuti militari ai Paesi del Golfo. Centrali anche nel documento parlamentare l’assistenza agli italiani nella regione e, su insistenza della Lega, il rafforzamento della sicurezza interna. Nemmeno citati Trump e Netanyahu. Il testo di Pd, M5s e Avs è “sancheziano”, prende le mosse dalla posizione del premier spagnolo Pedro Sanchez e dice «no» all’utilizzo delle basi da parte degli Stati Uniti. Italia Viva e +Europa non firmano e si mettono in proprio, Azione prende ancora di più le distanze con una risoluzione in cui tra l’altro chiede un ulteriore aumento delle spese militari.
L’esito della giornata insomma si riassume in una parola: divisione. E riavvolgendo il nastro, i motivi vanno rintracciati già dalla scelta della premier di andare in radio ad anticipare il dibattito parlamentare. «L’Italia - dice Meloni a Rtl - non è coinvolta nel conflitto e non intende entrarci». Quanto alle basi, la sua intervista mirava forse a sminare il terreno su cui l’opposizione avrebbe attaccato. «Al momento non abbiamo nessuna richiesta» da parte degli Stati Uniti, ma in ogni caso ogni eventuale decisione dovrà comunque avvenire nel rispetto degli accordi bilaterali (risalenti al 1954), assicura la premier. Rimarcando che, al netto delle differenze “comunicative”, si tratta delle stesse regole d’ingaggio che seguirà, a suo avviso, la Spagna di Sanchez (e non sarà solo Meloni a citare altri Paesi per spiegare la posizione italiana sulle basi, anche Tajani citerà le scelte francesi - poi precisate dall’Eliseo - per dire che l’Italia non è più debole con Trump rispetto ad altri partner europei).
Nell’intervista radiofonica, Meloni non è esplicita come Crosetto sulla violazione del diritto internazionale ma si dice preoccupata per «un rischio di escalation con conseguenze imprevedibili». Poi la premier lascia la scena ai due ministri: l’altra sua iniziativa è il confronto telefonico con Macron in cui i due leader si accordano sul sostegno navale a Cipro, confermato poi anche da Crosetto in Aula.
Alla Camera e al Senato il clima è però, come detto, all’insegna dell’incomunicabilità. Crosetto prova quasi a fine dibattito al Senato ad alzare la posta in gioco, parlando di un mondo «sull’orlo dell’abisso». Ma dalle opposizioni, anche da Schlein (intervenuta alla Camera) e Conte, era già piovuta sul Governo la critica per non aver avviato nessun confronto preventivo. La critica è soprattutto a Meloni, «scappata» dal Parlamento per i leader di Pd e M5s. Nemmeno il “moderato” Tajani riesce a costruire un terreno comune, anzi è proprio lui al centro degli scontri più acuti, con Matteo Renzi al Senato (con scambio di “complimenti”) e a distanza con l’ex premier Massimo D’Alema sull’intervento militare in Kosovo del 1999.
Polemiche che però vengono mangiate dalla cronaca. In serata la Farnesina annuncia che l’ambasciata in Iran viene trasferita a Baku, capitale dell’Azerbaigian. «Ma i rapporti con Teheran non si interrompono, è solo prudenza», precisa Tajani. Rimarcando il messaggio da cui si era partiti di mattina, con Meloni: l’Italia non è in guerra.
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