L'architettura Ue non regge più: cambiarla prima che crolli

Anche il nuovo conflitto mediorientale conferma l'impasse europea: eppure la riforma della governance è sostenuta da un'ampia maggioranza. Il segnale che si attende da Roma sullo stop al diritto di veto.
March 5, 2026
L'architettura Ue non regge più: cambiarla prima che crolli
L’Unione Europea come “bene comune”, risultato del sogno visionario e generoso di tre grandi statisti cattolici come De Gasperi, Adenauer e Schuman, prima ancora immaginata dal confino di Ventotene da intelllettuali antifascisti e laici come Spinelli, Rossi e Colorni. Europa unita come comunità di destino, motore della cooperazione tra i popoli che la compongono, esempio di pace al suo interno e nei rapporti con il resto del mondo. È questa soltanto una visione idealista, un inganno, una patina luccicante che nasconde un “mostro” insensibile che si alimenta di burocrazia e tecnocrazia, come predica l’onda montante dei nazionalismi e dei populismi che cercano di scardinarla, dall’interno e dall’esterno? Oppure, al netto delle difficoltà e dei limiti innegabili, l’Ue è ancora la migliore garanzia di democrazia, libertà e protezione per i Paesi che ne fanno parte? È possibile, oltre che necessaria, una “Camaldoli europea” che rilanci i valori originari e torni alle radici del progetto comunitario europeo?
Cercheremo le risposte insieme a voi, da oggi fino alla fine dell’anno, per due puntate al mese, addentrandoci nei meandri dell’Unione, nei suoi problemi, nei suoi diversi territori, dando la parola ai suoi leader e a intellettuali ed esponenti politici dei Paesi membri, ma anche ospitando contributi di esperti. Si parte, dunque. Buon viaggio. (Danilo Paolini)

La riforma della governance per riprendere il cammino europeo: le vie per decidere senza veti e ricatti (Marco Iasevoli)

C’è una maggioranza politica. C’è una strada modificando i Trattati. E ce n’è anche una a Trattati invariati. Insomma, per una governance europea più efficace, rapida e integrata mancano solo tre elementi: la volontà, il coraggio e la lungimiranza dei leader. Doti che stanno mancando anche in questa prima fase del conflitto mediorientale, con Bruxelles e le cancellerie dei 27 Paesi che procedono, come al solito, in ordine sparso. L’ultima cornice possibile per riprendere un cammino più volte interrotto è la risoluzione del Parlamento Europeo del 25 novembre 2025 sugli “aspetti istituzionali” della relazione sulla competitività di Mario Draghi, passata con 330 sì, 273 contrari e 38 astenuti. La sintesi fuori dall’eurocratese: se è vero che l’Eurocamera, il Consiglio e la Commissione considerano il rapporto dell’ex premier italiano come un faro per il futuro dell’Unione, allora non si perda tempo nell’aggiustare la farraginosa macchina istituzionale di Bruxelles.
Guerre, economia debole, Trump 
e l’allargamento: i fattori 
per accelerare le scelte
La differenza di Pil tra Europa e Usa è passata dal 15% del 2002 al 30% del 2023: il Vecchio Continente rallenta le produzioni, non è protagonista della rivoluzione digitale e allo stato non riesce nemmeno a superare le frammentazioni all’interno del mercato interno europeo. All’orizzonte c’è un allargamento degli Stati membri che, senza correzioni sulle modalità per decidere e applicare le misure, potrebbe portare alla paralisi attraverso l’ulteriore strumentalizzazione para-nazionalistica del “diritto di veto”. Il Covid ha mostrato insieme i limiti e le potenzialità della casa europea, in particolare quando agli affanni si è deciso di rispondere, seppure in chiave emergenziale, integrando la difesa sanitaria ed emettendo debito comune per finanziare la “ricostruzione”. Lo stesso “effetto-svelamento” l’ha avuto la guerra mossa dalla Russia all’Ucraina, che ha obbligato i Paesi Ue a ragionare insieme di nodi spinosi a lungo rinviati, compresi i nodi della difesa e della sicurezza. Ma, soprattutto, è Trump il fattore che impone scelte: il tycoon ha tolto la mano dalla spalla degli storici alleati europei, aprendo una fase di incertezza economica, politica e geostrategica. Aspettare che Washington “si calmi” non è stata una buona idea, si è solo accumulato altro ritardo. Lo conferma anche l’innesto della nuova crisi mediorientale con le ripercussioni che si annunciano sulle economie europee. E il Parlamento Ue, tre mesi fa, ha chiesto di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Via il diritto di veto: la svolta
che Bruxelles attende da Roma
Strasburgo, recita la risoluzione del 25 novembre 2025, «accoglie con favore l'idea di rafforzare il processo decisionale dell'Ue in relazione alle priorità mirate e strategiche in materia di competitività». Inoltre ritiene che sulla competitività occorra «agire come entità unica». Perciò il Parlamento Ue «ribadisce il suo invito a compiere progressi verso un processo decisionale più efficiente, anche, ove necessario, passando al voto a maggioranza qualificata e alla procedura legislativa ordinaria in settori strategici chiave». Prendendo atto, in premessa, di quanto sostiene Mario Draghi sul diritto di veto: numerosi governi – ha spiegato più volte l’ex capo della Bce – lo strumentalizzano per ritardare o indebolire l'azione dell’Europa. Il Parlamento Ue fa leva sul rapporto dell’ex premier italiano per spingere a «superare i blocchi in seno al Consiglio in diversi settori». Sono interventi che si possono fare in modo mirato, senza andare a stravolgere i Trattati.
In questo momento, il freno più potente a questo passaggio decisivo è proprio l’Italia. La contrarietà espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al superamento del “diritto di veto” rappresenta un problema tra i Paesi fondatori dell’Ue, che dovrebbero fare da propulsore alle “riforme istituzionali”. Nel “no” italiano si riflette la preoccupazione culturale di un’Europa del “pensiero unico”, che metta ai margini Paesi e leadership che non si riconoscono nell’agenda dell’Ue soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti “diritti civili”. E tuttavia, proprio la possibilità di individuare specifiche competenze su cui varare maggioranze qualificate potrebbe rappresentare un punto di caduta. D’altra parte, di recente l’Italia non ha espresso obiezioni a un Consiglio Ue informale in cui Von der Leyen l’ha messa così: o troviamo intese forti e complete sulla competitività o nel secondo semestre 2026 passeremo alla logica della “cooperazione rafforzata”, ovvero a uno scatto in avanti di Paesi e governi che decidono di procedere anche se altri non seguono. Se è vero poi che in Italia oggi è in sella un governo politico “eurorealista”, va considerato che a Bruxelles ha un valore anche la continuità e la coerenza istituzionale. E appena il 4 maggio 2023 l’Italia sottroscriveva con altri 8 Stati membri (Germania, Francia, Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna) una dichiarazione volta a costituire in Consiglio un “gruppo di amici del voto a maggioranza qualificata” in materia di politica estera e sicurezza comune, su cui ancora oggi vige il diritto di veto.
Insomma il gesto che si attende da Roma è più politico che fattuale, anche perché, ricordano gli addetti ai lavori, già con il Trattato di Lisbona l’unanimità è stata ridotta a poche materie (politica estera, tassazione, bilancio pluriennale). Se l’Italia si persuade, sarebbe però più semplice sciogliere il nodo delle conclusioni dei Consigli Europei, che devono essere approvate all’unanimità nonostante si tratti di indirizzi politici e non di testi giuridici. In realtà un trucco è stato già trovato e sinora Roma non ha avuto da ridire: laddove non c’è unanimità, si adotta una dichiarazione a 26, 25, 24 che però all’atto pratico viene trattata come fosse un testo di conclusioni.
La strada (ardua) dei Trattati per arrivare a un vero governo Ue 
e a politiche estere integrate
La maggioranza europeista del Parlamento Ue (e qui i principali punti di contrasto con le destre europee, comprese quelle italiane di FdI e Lega) non ha rinunciato ovviamente a compiere un atto politico a favore della riforma dei Trattati. La richiesta è soprattutto aggiornare le competenze tra le mani dell’Unione, partendo, ca va sans dire, dal rapporto Draghi e da quello gemello di Enrico Letta. Ma non solo: l’intervento “costituzionale” deve riguardare anche «un assetto istituzionale più efficiente e snello, compresa una riorganizzazione della Commissione e del collegio dei commissari». In sostanza si «esorta il Consiglio Europeo a discutere le proposte contenute nelle risoluzioni del Parlamento del 9 giugno 2022 e del 22 novembre 2023 riguardanti la convocazione di una Convenzione conformemente alla procedura di revisione ordinaria e a prendere in considerazione, ove possibile, l'adozione di modifiche mirate dei trattati attraverso la procedura semplificata di cui all'articolo 48».
E qui si apre un vaso di pandora, con la dovuta premessa: nel 2024 è iniziata un’altra eurolegislatura, con nuovi equilibri e “geometrie variabili” che vedono il Ppe appoggiarsi sia a sinistra sia a destra. Nel 2023 lo scenario a Strasburgo era profondamente diverso. Ma quegli impegni restano, e il 25 novembre 2025 sono stati rilanciati. I principali: dare più poteri al Parlamento Europeo e invertire l’iter che porta alla nomina del presidente della Commissione Europea, facendola passare prima in Parlamento e poi nel Consiglio, dando poi a quello che diventerebbe un vero e proprio “capo del governo” il mandato di scegliersi i “ministri” non solo su base geografica e demografica, ma anche in base a una coerenza politica. Non solo, la modifica dei Trattati consisterebbe anche nell’assegnazione di una “competenza esclusiva” dell'Unione per l'ambiente e nell’introdurre competenze concorrenti su salute, energia, affari esteri, sicurezza, difesa, frontiere.
Tra realisti e federalisti,
l’urgenza è fare passi avanti
Dal punto di vista politico-ideologico, il dibattito sulla governance – così come su tutti gli altri dossier cruciali per il futuro dell’Ue – vede confrontarsi e scontrarsi i “realisti” e i “federalisti”, ovvero chi ritiene utile concentrarsi solo sui passi avanti più urgenti e chi invece ritiene fondamentale ridare vigore al “sogno europeo”. Con la prima teoria si sconta un deficit di visione, ma si riesce a tenere dentro Governi e famiglie politiche che non possono staccarsi fragorosamente da una storia recente all’insegna dell’euroscetticismo (e in questo ragionamento rientrano l’esecutivo italiano e Giorgia Meloni). Con la seconda teoria si prova a rinfocolare un sentimento quasi “fondativo”, che certamente, se concretizzato, realizzerebbe un passaggio storico, eppure è alto il rischio di perdere pezzi (e popoli) per strada, anche alla luce della prova di sé non sempre esemplare che l’Ue ha dato negli ultimi 20 anni. Non va dimenticato poi la propaganda diretta e indiretta dei regimi autoritari, che ha l’Ue come bersaglio preferito e che riesce ad entrare non solo nei dibattiti pubblici nazionali, ma anche nei Parlamenti dei Paesi membri con forze politiche dichiaratamente ostili a una maggiore integrazione. Non sono questioni di lana caprina: solo sciogliendo la matassa culturale l’Ue potrà sciogliere la matassa di istituzioni oggi pesanti e lente nel prendere decisioni vitali.

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