Una tregua operosa
martedì 13 agosto 2019

Per mesi ci siamo illusi che i veri problemi dell’Italia fossero la riduzione delle disuguaglianze, come accogliere i migranti, i porti chiusi, la collocazione del nostro Paese nel continente, le riforme necessarie per modificare in chiave sociale l’Unione Europea. E invece in palio c’era solo chi deve comandare a Palazzo Chigi. La crisi del governo Conte alla fine è questo, con buona pace dei tanti che in questo anno, a cavallo delle elezioni politiche del marzo del 2018 e di quelle europee dello scorso maggio, si sono esercitati nel provare a dettare un’agenda di lavoro, una strategia per tenere insieme il giallo dei Cinquestelle e il verde della Lega.

Il Paese resta quindi sul fronte della politica, che a volte tracima in un accenno di guerra civile a parole, quando invece avrebbe davvero bisogno di una tregua. Una pausa dalle aggressioni verbali, dal dibattito infuocato tra gli alleati di governo, di una stasi dei tanti stop and go sul fronte politico e delle polemiche roventi da spiagge e da agorà virtuali. Il perché è plasticamente spiegato dagli ultimi dati che hanno fatto segnare una riduzione della disoccupazione, sotto il 10%, come non si vedeva da prima della crisi, ma assieme a uno stop della crescita, azzerata di colpo, quasi come se la prima bella notizia non potesse avere alcuna influenza sulla seconda variabile, al netto dei dati stagionali e della crescente inattività della nostra popolazione, composta sempre più da pensionati, che va tenuta in considerazione quando si computa chi invece torna a cercare lavoro. La continua bagarre tra i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sulla politica economica che il governo Conte avrebbe dovuto varare, la diatriba grottesca su un treno che deve passare dentro una montagna, sono lo specchio di un Paese senza pace quando proprio di quello avrebbe bisogno.

A dispetto di quanto pensano i giornali stranieri che ci guardano tra l’attonito e la solita spocchia senza accorgersi dei Trump, Putin e Johnson che guidano democrazie come la nostra, l’Italia è la settima economia del mondo, genera un surplus di esportazioni da 500 miliardi di euro, la sua cassaforte privata è tra le più ricche al mondo, con i depositi bancari crescenti a quota 400 miliardi, a dimostrazione che i risparmiatori preferiscono restare rintanati piuttosto che investire nel loro stesso Paese.
Il Paese più bello del mondo e con capacità ancora inespresse è però anche il più fermo del pianeta e osserva la grande perdita del sapere che la fuga di decine di migliaia di giovani laureati all’anno genera non solo nei conti pubblici, ma nel nostro stesso sistema culturale trasformando l’Italia in una grande, splendida casa di cura dove c’è spazio per pensionati, disoccupati e precari. Per troppo tempo si è pensato e si è speso di più per chi resta, piuttosto per chi va via, disamorato della sua stessa patria, disilluso per le scarse opportunità che avrebbe dentro i confini nazionali, eppure formato in modo eccellente, pronto ad arricchire con il suo contributo altri Paesi nostri competitor. Chissà, ora, se tutti questi connazionali, davanti all’ennesimo spettacolo di una crisi politica dai risvolti imprevedibili, si diranno di aver fatto bene a lasciare l’Italia. È la più grande sconfitta che si possa immaginare.
Il nostro è ormai un Paese attanagliato dalla paura dello straniero, sentimento che sfocia a volte in rabbia incontrollata, come "Avvenire" sta documentando con le sue inchieste, dall’indifferenza generale verso le sorti dei deboli e dei giovani, incattivito e pronto ad essere magari guidato da una mano ancora più ferma.

L’Italia che conosciamo, l’Italia dei padri fondatori, come quella della quotidiana accoglienza e dell’instancabile piccolo mondo produttivo, non merita questo spettacolo, questa deriva nichilista, questo disfacimento individualista e reclama appunto una tregua, una pausa per riflettere tutti insieme su cosa fare per uscire da un’emergenza sociale ancor prima che economica e per realizzare l’indispensabile in questa responsabile direzione. Un’alternativa seria e ardua a incertezza, scossoni finanziari, dirette su Facebook, scontri verbali, elezioni come sfide all’Ok Corral.

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