Tra Obama e Netanyahu. Un «freddo» benedetto


Vittorio E. Parsi mercoledì 4 marzo 2015
«Solo retorica». Le parole con cui la Casa Bianca ha commentato l’intervento del premier israeliano Bibi Netanyahu di fronte al Congresso degli Stati Uniti non potevano essere più icastiche. E rappresentano il coronamento ideale degli altri gesti determinati con cui l’amministrazione di Barack Obama ha trattato il tour americano del non gradito ospite: nessun incontro con i vertici dell’Esecutivo e nessuna photo oportunity né con Obama né con il vicepresidente Biden e neppure con il segretario di Stato Kerry. Netanyahu lo sapeva benissimo, del resto la sua non era una visita di Stato, ma solo il frutto dell’invito da parte della potente lobby filo-israeliana di Washington, quella la cui denuncia sul piano scientifico è costata l’ostracismo accademico a professori di chiara fama come John Mearsheimer e Stephen Walt alcuni anni fa.Ciò che Bibi cercava era semplicemente qualcosa da mostrare in campagna elettorale all’elettorato ultraortodosso e conservatore, per provare a fugare i dubbi del crescente isolamento dello «Stato degli ebrei» (come Netanyahu vorrebbe venisse chiamato Israele) nella comunità internazionale. La raffica di riconoscimenti dello Stato palestinese da parte di molti Parlamenti europei – ma non del nostro, che per ora ha solo finto di compiere un passo storico – ha innervosito parecchio il Likud e i suoi alleati. Ma soprattutto ha chiarito che la deriva sempre più apertamente segregazionista adottata dal governo di Netanyahu sta riuscendo nell’incredibile impresa di alienare a Israele le simpatie dell’Europa, il continente in cui si compì la tragedia dell’Olocausto...E indirettamente proprio a questa ha voluto alludere il premier israeliano, quando ha sostenuto sulla base di nessuna evidenza concreta: «Sono qui per parlare di una questione, quella del nucleare in Iran, che minaccia l’esistenza di Israele (…) una minaccia non solo per Israele, ma per il mondo intero». Si tratta di un tentativo, goffo e sgraziato ma non necessariamente inefficace, di entrare a gamba tesa per stroncare le speranze di un possibile accordo tra i "5+1" (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) e l’Iran sull’annoso dossier nucleare della Repubblica degli ayatollah. Mai come in queste settimane la via per un accordo che ponga fine alle sanzioni contro l’Iran e metta sotto controllo il suo processo di sviluppo dell’energia nucleare è sembrata percorribile. Complice la fiducia, guardinga, che circonda il presidente Rohani, in carica dall’agosto 2013, e soprattutto a causa della consapevolezza sempre più diffusa che "imbarcare" l’Iran è la sola scelta strategica possibile per cercare di abbattere il califfato di al-Baghdadi.Proprio la comparsa dei tagliagole dello Stato islamico ha cambiato il quadro regionale: un fatto, questo, che la leadership israeliana ha tardato a capire. Fin da subito, infatti, il governo del Likud ha tentato la carta dell’equazione tra Hezbollah, Hamas e l’Is nella retorica delle sue dichiarazioni, evocando un «fronte unito contro il terrorismo» che cercava in realtà di sfruttare l’orrore suscitato dai macellai del califfato per arruolare il mondo nella battaglia israeliana contro i propri acerrimi nemici. Ma il tentativo non sembra andato a buon fine, nonostante l’appoggio di tanti media. Passando dalla retorica alla realtà, è invece opaca l’attività di Israele nei confronti di Jabat al-Nusra (al-Qaeda in Siria) e dello stesso Is. La realtà è che la presidenza Obama non ha nessuna intenzione di farsi "dettare la linea" dal governo di Gerusalemme, tanto più quando sta inviando truppe di terra per condurre l’offensiva contro lo Stato islamico e dopo aver chiesto l’autorizzazione al Congresso per svolgere operazioni militari in Iraq per i prossimi tre anni. Chissà quante volte saranno riecheggiate nelle orecchie del presidente le parole che l’allora generale Petraeus pronunciò in un’audizione al Congresso all’epoca del vittorioso "surge" nel triangolo di Falluja, riferendosi al pericolo in cui le truppe americane impegnate in Iraq venivano «oggettivamente» messe dalle attività punitive condotte da Israele anche contro civili palestinesi.Obama sa bene quanto è potente la capacità di pressione degli amici di Israele (in realtà dei gruppi neocon alleati del governo del Likud). Ma sa anche che ha davanti a sé la storica opportunità di provare a riscrivere la storia dei rapporti irano-americani, di stabilizzare una regione pronta ad esplodere e di sbaragliare uno dei più insidiosi nemici della civiltà mai comparso al mondo. È in questa prospettiva che la possibilità evocata da Netanyahu che Israele possa agire da solo, scatenando una guerra d’aggressione contro l’Iran dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente disastrose per tutti, si pone come il gesto che potrebbe sancire davvero il tragico, totale isolamento di Israele. Benedetto "freddo" quello di oggi tra Obama e il premier di Gerusalemme, e che serva a scongiurare nuovi e roventi inferni di domani.
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