mercoledì 14 febbraio 2018

Dopo decenni di sofferta immobilità o di lenti miglioramenti, la situazione della Chiesa in Cina sta cambiando rapidamente. Stiamo assistendo a una svolta storica, che, indirettamente, si rifletterà sull’intera Chiesa cattolica e, per certi versi, anche sugli equilibri internazionali. Era inevitabile che si scatenasse una battaglia mediatica per contrastarla ed è quanto sta avvenendo con il coinvolgimento della grande stampa internazionale. Come si permette la Chiesa cattolica di aprire un dialogo con la più grande potenza non occidentale – e per giunta comunista – con cui potrebbe scoppiare se non una Terza guerra mondiale almeno una nuova guerra fredda? Chi dentro la Chiesa si oppone all’apertura voluta da papa Francesco sta diventando strumento di un gioco molto più grande.

È una battaglia che si combatte anche a colpi di fake news, Lo confermano le parole del vescovo "clandestino" di Mindong, Guo Xijin, uno dei due al centro della battaglia mediatica, riportate dal "New York Times": «La nostra posizione è di rispettare l’accordo stipulato tra il Vaticano e il Governo cinese. La Chiesa cattolica cinese deve avere un legame con il Vaticano: questo legame non si deve interrompere». Nelle ultime settimane, il vescovo Guo e quello di Shantou, Zhuang Jianjian, sono stati presentati all’opinione pubblica internazionale come «vittime» del Vaticano che avrebbe imposto loro di togliersi di mezzo per lasciare spazio a due vescovi illegittimi e scomunicati. Il Vaticano, secondo qualcuno, starebbe addirittura «svendendo» la Chiesa in Cina al Governo comunista, nella più completa indifferenza verso il dolore delle presunte «vittime». Ma ora una di queste conferma la sua fedeltà e obbedienza alla Santa Sede perché «la Chiesa cattolica cinese deve avere un legame con la Santa Sede e questo legame non si deve interrompere». È un importante elemento di chiarezza, proprio mentre girano appelli di personalità esterne alla Cina che adombrano addirittura uno scisma, se l’accordo si farà. Se oggi la "comunità clandestina" ascoltasse queste voci e rifiutasse quanto le chiede papa Francesco, tradirebbe le ragioni più profonde della sua storia, che è stata anzitutto storia di fedeltà al Papa e di comunione con la Chiesa universale anche nelle situazioni più difficili.

Un altro squarcio sulla verità è stato aperto da Gianni Valente su "Vatican Insider", a proposito del vescovo Zhuang, l’altro "clandestino" finito nel polverone mediatico. In questo caso, non c’è stata una adesione alle richieste della Santa Sede. Ma Valente ha ricostruito il suo singolare percorso. Nella diocesi di Shantou non c’è stata una comunità "clandestina" fino al 2005. Anche Pietro Zhuang, ordinato prete nel 1986 da Jin Luxian, allora vescovo di Shanghai non riconosciuto da Roma e quindi illegittimo, ha fatto parte di una comunità "aperta". Non solo, ha avuto incarichi dai vertici dell’Associazione patriottica ed è stato membro del locale Congresso del popolo, organismo ufficiale della governance cinese. Eppure a partire dal 2005, Zhuang è diventato vescovo "clandestino" alla guida di una comunità contrapposta a quella "aperta". È una storia sorprendente che mostra come ai termini "clandestino" e "ufficiale", "sotterraneo" e "aperto" possano corrispondere percorsi molto variegati. Se l’adesione del vescovo Guo smentisce quanti fuori dalla Cina pretendono di parlare a nome dei "clandestini" contro Roma, la storia del vescovo Zhuang smentisce le rappresentazioni di tutti i "clandestini" quali eroi di un rifiuto intransigente di qualunque compromesso.

Insomma, dopo settant’anni di eventi dolorosi e vicende tragiche, la realtà della Chiesa cinese è piena di situazioni complicate e di conflitti che poco hanno a che fare con la fedeltà al Papa e con la lealtà alla patria. Il lunghissimo scontro tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese ha prodotto tra i cattolici tante divisioni di cui si sono persi i motivi originari e in cui elementi etnici, interessi familiari, divergenze economiche prevalgono sulle motivazioni religiose o politiche. Che Zhuang sia una «vittima» del Vaticano perché ad ottantasette anni gli viene chiesto di ritirarsi e Guo sia altrettanto «vittima» per la richiesta di assumere il ruolo di ausiliare – che, ovviamente, non intacca la sua potestà di ordine – è sostenibile solo se si ritiene l’episcopato una carriera e non un servizio. Solo se s’intende propagandare la 'bufala' secondo cui Roma starebbe abbandonando i 'clandestini'.

Oltre che per quanto riguarda la sostanza, le fake news del «sopruso» verso i vescovi clandestini e del «cedimento» verso quelli illegittimi sono infondate anche sotto il profilo giuridico-canonico. Basta leggere quanto ha scritto monsignor Bruno Pighin, il massimo esperto delle questioni giuridiche riguardanti la complicata situazione della Chiesa in Cina, in Ephemerides Iuris Canonici n. 2 del 2017. Come ha pacatamente sintetizzato padre Michael Kelly, executive director di Ucanews – mentre diversi giornalisti della sua agenzia scrivevano tutt’altro – nel cattolicesimo romano «che vi piaccia o no, i vescovi sono nominati e rimangono in carica per volere e con approvazione del Papa; e in Cina, e per diversi decenni, sono stati eletti a livello locale e senza la nomina o l’approvazione del Vaticano e solo successivamente sono stati riconosciuti e confermati dal Vaticano». Insomma, quanto sta facendo la Santa Sede per risolvere i problemi di 'illegittimi' e 'clandestini' è totalmente corretto ed è già accaduto molte volte sotto altri pontefici, con approvazione generale e senza proteste.

Per chi vuol capire, insomma, è tutto molto chiaro. Basta sfuggire ai giochi perversi delle opinioni incrociate, in cui crede di vincere chi grida di più, e della apparente neutralità, in cui prevale chi è più scorretto. Per far emergere una verità intenzionalmente stravolta servono onestà d’informazione, completezza nelle ricostruzioni, rispetto verso le persone. Ma quando sono in gioco interessi tanto grandi, questi strumenti sembrano deboli mentre la macchina della manipolazione continua a lavorare a pieno ritmo.

Già in altri momenti storici, assai diversi tra loro, la situazione della Chiesa in Cina è apparsa troppo grave per essere affrontata con mezzi solo umani. In quei momenti, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono rivolti agli episcopati e ai fedeli cattolici di tutto il mondo perché non lasciassero soli i loro fratelli cinesi, ma li sostenessero con la forza della preghiera.

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