mercoledì 5 gennaio 2011
COMMENTA E CONDIVIDI
Caro direttore, il 2011 è arrivato, ma la notte di San Silvestro c’erano persone che non avevano nulla da festeggiare: i familiari dei 1.080 lavoratori che nel 2010 hanno perso la vita perché sono morti sul lavoro. In attesa dei dati ufficiali, che tra qualche tempo ci fornirà l’Inail, dobbiamo annotare che rispetto al 2009 – quando le vittime furono 1.050 – i morti sul lavoro nel 2010 appaioni in aumento secondo i casi censiti dal blog Caduti sul Lavoro. Vorrei, inoltre, ricordare che i dati Inail tengono conto solo degli infortuni denunciati, non considerano cioè anche tutti i lavoratori che muoiono "in nero" o che denunciano l’infortunio come "malattia" per paura di ritorsioni perché hanno un lavoro precario, quindi sono ricattabili. Ecco perché sono convinto che quei dati vanno presi come punto di riferimento, ma non sono esaustivi e sono anzi viziati da una strutturale sottostima. Ecco, direttore, io vorrei che ci ricordassimo di tutte queste persone che non ci sono più, che molte volte sono morte perché nelle aziende non si rispettavano le norme di sicurezza sul lavoro. E non dobbiamo dimenticare neanche gli oltre 25 mila lavoratori che sono rimasti invalidi, e che difficilmente potranno essere ricollocati sul lavoro: c’è chi ha perso un piede, una gamba, un braccio, una mano, un occhio o è rimasto in carrozzina. Qual è la soluzione perché si riducano drasticamente tutti questi infortuni e le troppe morti sul lavoro? Di una cosa sono sicuro, non è di certo quella intrapesa dal Governo Berlusconi, che il 3 Agosto 2009, con il Dlgs 106/09, detto decreto correttivo al Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro (Dlgs 81/08), ha completamente stravolto il testo voluto dal Governo Prodi, dimezzando tra le tante cose, molte sanzioni e sostituendo in alcuni casi il carcere con l’ammenda. L’unico deterrente temuto dai datori di lavoro sono le sanzioni; se vengono dimezzate, cosa resta? I controlli forse? Ma se le Asl hanno un personale ispettivo ridotto all’osso che è formato da circa 1.850 tecnici della prevenzione (o ispettori Asl), che sono in continuo calo, perché quando vanno in pensione, non vengono rimpiazzati... Se questi ispettori dovessero controllare tutte le aziende – circa 6 milioni – ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni 33 anni, quindi – considerando la vita media di un’azienda – praticamente mai. Non è una soluzione neanche quella del Ministero del Lavoro, di fare una campagna per la sicurezza sul lavoro, con lo slogan "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene", con spot che colpevolizzano i lavoratori, perché sembra quasi che i lavoratori non vogliano bene a se stessi e alle loro famiglie. Mi dispiace, ma non ci siamo assolutamente. Scusate, se mi ripeto, ma sembra quasi che chi di dovere faccia finta di non sentire: la prima cosa da fare sarebbe iniziare a insegnare la sicurezza sul lavoro fin dalle scuole elementari, come si fa in Francia, perché molte volte ho sentito parlare di mancanza di cultura della sicurezza sul lavoro, sia tra i datori di lavoro che tra i lavoratori, ma se non iniziamo a insegnarla ai piccoli, come pretendiamo che si crei? Credo, poi, che andrebbero rafforzate le sanzioni a carico dei datori di lavoro, dei dirigenti e dei preposti inadempienti. E credo che i controlli debbano essere aumentati. Bisogna che sia perciò aumentato fortemente il personale ispettivo delle Asl.

Marco Bazzoni, FirenzeOperaio metalmeccanico, Rappresentante dei lavoratori per la Sicurezza

Condivido totalmente lo spirito e le proposte finali della sua lettera, caro signor Bazzoni. Istruzione, controllo, sanzione delle scorrettezze possono e devono essere i perni di un’azione per affermare ancora di più la cultura della sicurezza sul lavoro. Ma so che questa cultura – grazie a Dio e agli uomini – sta già crescendo e per diverse ragioni, non esclusa una maggiore consapevolezza e lucidità degli stessi lavoratori. Le sue stesse battaglie ne sono la prova. Su un punto in particolare, però, la penso diversamente da lei: trovo, infatti, che l’attuale spot del Ministero del Lavoro – continuazione di una campagna avviata nel 2008, che ha già affrontato i temi dei "comportamenti sicuri" e dello stare "in regola" – non sia inappropriato e che affronti uno degli aspetti cruciali della questione, che non può essere ignorato. Perché anche la sottovalutazione dei rischi da parte degli stessi prestatori d’opera pesa ancora terribilmente sul bilancio degli infortuni (mortali e no) sul lavoro. È come sulle strade: il non indossare il casco quando si va in moto e il non allacciare le cinture di sicurezza in auto pesa, purtroppo, tanto quanto il comportamento scorretto proprio o altrui, il colpevole dissesto di talune strade o l’insufficienza di certe segnalazioni... Sono invece convinto che lei metta il dito su una piaga insopportabile quando denuncia l’irrilevanza formale dei morti e degli infortunati "in nero": soprattutto nel caso che non si verifichi un evento luttuoso, questi incidenti restano quasi sempre drammaticamente sommersi. Si tratta di una doppia oscurità che può essere fugata soltanto in un modo: combattendo, con tenace convinzione, il lavoro irregolare in tutte le sue forme. (mt)
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI