venerdì 10 febbraio 2012
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Caro direttore,
nel 1875 alcuni lontani parenti di mia moglie partirono, assieme a molti altri trentini, per lo Stato di Santa Caterina in Brasile. Giorni fa, un loro discendente mi ha inviato una mail nella quale esprimeva la gioia sua e degli amici residenti nella sua città, per il fatto che un discendente di trentini, Rick Santorum, concorre per la Casa Bianca. Un paio di giorni fa, l’8 febbraio, i vari telegiornali ci hanno raccontato che «il cattolico superconservatore» Rick Santorum ha vinto le primarie repubblicane per le presidenziali Usa in Colorado, Minnesota e Missouri, umiliando Mitt Romney. Ci viene anche spiegato che Santorum, padre di 5 figli «sta facendo una grande battaglia per almeno limitare la piaga dell’aborto». La cosa che mi colpisce, ascoltando la notizia da certi potenti pulpiti televisivi, è l’etichettatura di «cattolico superconservatore». Che cosa vuol dire? Vuol dire che la nostra cultura dominante, quella che domina anche nei media, considera come negativo il fatto che uno sia conservatore. Quindi, per questa cultura progressista, dei diritti civili e dell’autodeterminazione, che giustamente condanna i crimini dei nazisti, è invece positivo, ed è ritenuta una "conquista di libertà" il fatto che nelle strutture ospedaliere degli Stati milioni e milioni di esseri umani vengano uccisi nel grembo delle loro madri. Certo, nessun essere umano ha il diritto di giudicare la persona che, per i più diversi motivi e condizionamenti, si trova ad abortire, ma questo non ci esime dal considerare questo atto come un grande male e una sconfitta per le nostre società. Se essere conservatori vuol dire conservare i valori naturali e perenni sui quali si fondano le nostre società, come possiamo considerarlo un fatto negativo? I nostri Stati assistenziali si preoccupano giustamente, e investono risorse finanziarie, per tutelare la salute fisica dei propri cittadini: perché non ci si dovrebbe preoccupare anche della tutela dei valori, sui quali poggia, o crolla, una società? Non potrebbe essere anche la grave crisi economica mondiale che attraversiamo il frutto amaro del tradimento di questi valori? Per questo suo coraggio di essere così "politicamente scorretto", faccio anch’io, con i trentini brasiliani, i migliori auguri a Santorum!
Claudio Forti, Trento
Lei, caro signor Forti, in questa sua lettera prova anche, per così dire, a indossare lenti altrui. Partendo dal caso politico e mediatico di Rick Santorum, ragiona sul termine "conservatore" (e "superconservatore") in un’accezione negativa. E naturalmente, come è suo costume (ormai ci conosciamo, è da un po’ che scrive ad Avvenire), fa tutto questo fornendo serrate controdeduzioni. Già, so bene anch’io che qui in Italia, soprattutto qui in Italia, non pochi concepiscono il termine "conservatore" e la collocazione politica conseguente come un autentico insulto. La cosa ha sempre avuto dell’incredibile. La legittimità e la dignità di una visione politica "conservatrice" non possono, infatti, essere messe in forse: possono non essere condivise, ma non disprezzate o addirittura demonizzate. Detto questo, mi chiedo se il termine sia davvero univoco o non abbia, piuttosto, in sé una non piccola carica di ambiguità (ed è la stessa domanda che mi faccio, e faccio, quando si parla di "riformismo"). Mi chiedo, cioè, se il termine "conservatorismo" riesca a interpretare e a rappresentare compiutamente la posizione di chi difende – e, dunque, si batte per "conservare" – i grandi valori fondanti, a cominciare dal principio della centralità della persona e della tutela della vita umana in ogni sua fase, in particolar modo quando è più fragile e indifesa. Conosco, infatti, politici "conservatori" di varie nazionalità che sono (o sono stati) impegnati a fondo per il mantenimento di certi assetti istituzionali e di determinate impostazioni economiche di sistema, ma che sul piano bioetico sono favorevoli a diverse e spregiudicate novazioni e sregolatezze. Beh, penso che questo "conservatorismo libertino" abbia smarrito e continui a smarrire – tanto quanto certo "riformismo frou frou" – il nesso cruciale tra etica della vita ed etica sociale (è questo che induce a inseguire e valorizzare soggettivismi, desideri e mode, perdendo di vista la condizione e le attese concrete della gente comune e il bene oggettivo delle comunità). Nella visione propria dei cattolici (anche se non loro esclusiva) l’impegno nella sfera pubblica può e deve essere, invece, fondato sia sul lucido impegno per la conservazione di ciò che è basilare ed essenziale sia su una lungimirante e ben temperata capacità di riforma delle modalità della vita comunitaria. È su queste gambe, caro Forti che procede uno "sviluppo" davvero "umano". A Santorum, come a ogni cattolico impegnato in politica, personalmente auguro di essere coerente, cioè capace di questa saggezza tutta intera.
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