venerdì 19 aprile 2013
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​Ho visto un sacco di Presidenti della Repubblica. Sì, ho visto gente che tiene su l’Italia, che la rappresenta. Erano nei giorni scorsi – come tutti i giorni – in fila al poliambulatorio per le analisi, per un controllo, o in una delle tante sale d’attesa che si riempiono e svuotano di maree di gente di ogni tipo, nei luoghi comuni del vivere, quei luoghi che solo una sociologia cieca si ostina a chiamare "non luoghi" e invece sono spesso i luoghi appunto più umani, più vivi di ferita, di semplicità e attestazione del nostro essere creature fragili e gloriose. Lì ho visto i nostri Presidenti della Repubblica, quelli che presidiano, se così può dire, l’umano che c’è in noi con la pazienza e l’ironia di stare con il foglietto in mano o la borsa tra le gambe, scambiar due chiacchiere gentili, tirar fuori battute e scongiuri, e con i benedettissimi feriali sospiri. Sì insomma, ho veduto nei giorni scorsi in una città che poteva essere qualunque nostra città le due signore darsi conforto, il ragazzo di colore trovare qualcuno che lo indirizza, il taciturno sorridere alle battute dell’infermiera ciarliera. Una specie di angelo con i capelli tinti, sbrigativa e sorridente in mezzo a lamentazioni colorite. Ho visto dove si ferma l’inferno, dove le sue mareggiate di disperazione e di avvilimento che vorrebbero sommergerci vengono arginate in luoghi spesso brutti ma vivi e fervidi di una umanità che non cede, che non si butta via. Anche se c’è la crisi, anche se "è tutta colpa di". Anche se ci sarebbe molto da lamentarsi e invece. I luoghi feriali dove ci si ritrova in quanto tutti difettosi, nessuno escluso. «Ti vedo bene, sei in forma», ha detto una signorina giovane un po’ in carne e triste a una signora più attempata. E quella con un sorriso da guerriera: «Vorrebbero pure che fossimo brutti? Se uno un po’ ci tiene…È una questione di dignità…». La dignità di un popolo non la vedi nelle manifestazioni eclatanti, ma quando giri in questi luoghi, spesso un po’ sgarrupati, con un sacco di avvisi attaccati con lo scotch alle vetrinette che ci si perde, con le voci di vari dialetti e paesi che si mescolano, e con l’immancabile nonnetto che vaga e vaga tra un corridoio e l’altro e sembra non trovar più l’uscita. La dignità di essere vivi. E non solo scampati, o sopravvissuti. Perché si tratta di questo, nell’epoca-lupo che stiamo vivendo. Si tratta d’essere vivi, e dignitosi. Non solo di sopravvivere a crisi economica e sociale e morale. Non solo di resistere all’ondata di povertà che si abbatte sui già in difficoltà in nome della moneta. Si tratta di essere vivi e pieni di dignità. Un imprenditore mi diceva che l’effetto peggiore della crisi non è la difficoltà nel lavoro, ma che tale difficoltà induce molti a perdere la dignità. Come se ci fosse solo ormai da buttarsi via. Mentre proprio qui, negli ambulatori, nelle sale d’aspetto, nelle file con il numerino in mano, tutti alla pari, ognuno con un proprio segreto, un proprio magone, vedi rari ma potenti i segni della dignità invincibile. Di quella che a volte nutre la rabbia, ma appunto viene prima e resta dopo la rabbia stessa come sale e forza vera, che permane. La dignità di essere umani, cioè incommensurabili, irriducibili a qualsiasi prezzo o scambio, o anche a qualsiasi miseria di malattia o pena. L’uomo è un evento immenso, diceva Giovanni Testori, poeta morto vent’anni fa. Per questo ovunque ti volti  – se non si ha lo sguardo reso opaco dal risentimento o dall’ideologia – si vedono un sacco di Presidenti della Repubblica, insomma di persone che danno il senso di cosa è essere italiani, tra compassione e una dura allegria. Guardiamoci di più tra noi, meno rete, meno tv. Lo spettacolo vero è qui.
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