mercoledì 24 marzo 2010
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Caro direttore,ho letto con attenzione le due lettere inviate da sacerdoti responsabili di scuole pubbliche paritarie ed anche il suo commento, pubblicati sabato 20 marzo. Mi permetta, prima di tutto, di esprimere solidarietà ai responsabili: comprendo bene il loro sconforto di fronte alle ennesime promesse elettorali che non permettono di risolvere i problemi reali delle scuole! Leggendo poi la sua replica, ricordando qual è stata l’azione di questo governo, rammentando il nulla che è stato realizzato nel precedente mandato con il ministro Moratti, non mi sento di condividere la sua speranza nella volontà dell’attuale ministro Gelmini di «fare di più». È giusto però chiedersi perché un governo, che pure ha i numeri per poter realizzare qualsiasi riforma, sembra non così pronto su un tema tanto caro a noi cattolici, nonostante le ripetute rassicurazioni. Mi permetta quindi, in tempo di Quaresima, in un momento per noi cristiani di verifica e conversione, di tentare di dare una risposta: forse come comunità di credenti stiamo sbagliando strategia. A mio modesto avviso non possiamo continuare a contrapporre la scuola pubblica non statale a quella statale. Lei rileva una disparità di trattamento sul versante della sicurezza a scapito della scuola non statale: dobbiamo forse aspettarci anche in scuole paritarie crolli e morti come al Liceo Darwin di Torino o a S. Giuliano di Puglia? Lei parla d’incertezza lavorativa per i dipendenti: dobbiamo forse stabilire una graduatoria tra precari di Stato e quelli non di Stato? Lei accusa di mancanza di fondi e di risorse: siamo veramente certi che le scuole di Stato con la riforma Gelmini abbiano tutto quello che i genitori si aspettano da una scuola? Ormai le scuole di Stato si reggono grazie ai contributi «volontari» delle famiglie per garantire supplenze e amministrazione ordinaria. Se i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno mostrato scarsa attenzione alla scuola (le spese per l’istruzione sono diminuite di un punto di percentuale dal 1990 al 2008 passando da 10,3% al 9,3%, dati Istat) è perché l’opinione pubblica non sembra così interessata e vede nella scuola non un elemento indispensabile per il bene comune, ma semplicemente una spesa da ridurre in ogni caso. Il mondo politico può quindi dimenticarsene: al più si può promettere qualche briciola per tornaconto elettorale; poi, una volta al governo, tutto viene rinviato a "tempi migliori". Come sindacato Cisl Scuola, in occasione dell’ultimo congresso, abbiamo chiesto all’attuale maggioranza ed anche alla minoranza di poter avviare un dibattito sulla «buona scuola»: è un elemento essenziale per il vero sviluppo della società, non può essere utilizzata come merce di scambio ai fini di potere! Come italiani, ma soprattutto come cattolici, è ora di confrontarci su come realizzarla. Ritengo che come laici cattolici sia nostra responsabilità batterci perché a tutti i bimbi, ragazzi, giovani presenti nella nostra bella patria sia riconosciuto il diritto ad una scuola di qualità: essi sono i figli di tutti noi, essi sono il dono che dobbiamo valorizzare.

Monica Manfredini Segretario provinciale Cisl Scuola Cremona

Perfetto, cara professoressa Manfredini: la formula giusta è garantire a tutti il diritto a una scuola di qualità. Meno perfetto mi sembra invece un passaggio precedente, quel «non possiamo continuare a contrapporre...». Noi, come credenti, non contrapponiamo un bel niente, gentile segretario, sono altri che contrappongono alla libertà educativa delle famiglie e al principio di legge della parità un ostracismo incomprensibile contro la scuola della società. Noi vogliamo, da cattolici, un’ottima scuola pubblica che possa contare sulle sue due gambe: quella statale e quella non statale. Una scuola organizzata a dovere, con standard garantiti e secondo regole ben calibrate e non aggirabili. Una scuola così sarà finalmente di tutti e per tutti, molto più e meglio di quella attuale. Ci dobbiamo arrivare.
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