mercoledì 29 novembre 2017

Il principio della deterrenza è semplice: una volta dimostrato di essere in grado di colpire, l’avversario ne prende atto ed è consapevole che qualsiasi sua azione comporterà una reazione pari se non superiore da parte dell’avversario. E quindi si raggiunge lo stallo. Questa situazione è ormai vicina al raggiungimento. Questa notte il leader nordcoreano Kim Jong-un ha dichiarato che il suo Paese ha raggiunto l'obiettivo "storico" di diventare uno Stato nucleare. Il commento del dittatore è stato affidato alla presentatrice televisiva che appare solo nelle grandi occasioni, Ri Chun-Hee. Era stata ancora lei a sancire con il quinto esperimento atomico il raggiungimento, quasi completo, dell’obiettivo di miniaturizzazione delle bombe in modo tale da collocarle come testate dei missili balistici intercontinentali. Il lancio “controllato” dello Hwasong-15 verso il Giappone - che si stima abbia una portata di 13mila chilometri, duemila in più della distanza che separa Pyongyang da Washington – era il passo che ancora mancava al governo comunista per raggiungere il pieno “pareggio negoziale”, come lo chiamano i mediatori: due posizioni simili dalle quali intessere accordi con pari potere negoziale. E che, soprattutto, garantiscono la “sopravvivenza” al regime comunista.

È quello che è sempre mancato a Pyongyang, a partire da quando fermò nel 2008 il reattore di Yongbyon (poi riattivato) in cambio di aiuti da parte degli Stati Uniti: intesa ben preso naufragata. O le promesse successive fatte al governo di Pechino, ormai sempre meno in grado di controllare il “bambinone di Pyongyang” come spesso lo definisce l’entourage di consiglieri militari del presidente statunitense Donald Trump. Ma Kim ora sembra “cresciuto”, non per la minaccia che può portare, ma per il suo livello. La bomba era in grado di usarla per anni: con il principio del muoio io e tutti quanti gli altri, poteva compiere la follia e cancellare dalla faccia della terra l’intera Penisola coreana. Ma ora, come da tempo osservano gli analisti più acuti, paradossalmente la situazione è più statica, controllabile: ormai è nelle condizioni di trattare, ben consapevole che le sue minacce sono ben comprese ora dalle cancellerie occidentali.

Questo, se da un lato consente a Pyongyang, di entrare ufficialmente a far parte dell’”esclusivo” club delle potenze atomiche (accanto a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, India, Pakistan e Israele), dall’altro dovrebbe però limitarne anche l’incontrollabilità. Cosa che, nonostante i proclami e i voli dei bombardieri invisibili lungo il 38esimo parallelo, sa benissimo anche Trump. Come lo sa benissimo la Cina di Xi o la Russia di Putin. Convitati a un tavolo negoziale, che ormai (si spera), sembra sempre più inevitabile.

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