Aborti in Italia: dentro i dati e oltre
venerdì 12 gennaio 2018

In tre anni, quasi 21mila in meno. Il trend ribassista degli aborti nel nostro Paese, chiaramente leggibile anche nell’annuale relazione sulla legge 194 resa nota ieri, conferma che in Italia le gravidanze si interrompono assai meno che in passato. Tanto che nel solo ultimo triennio è stata evitata la soppressione dapprima di 9.182 bambini (nel 2014), poi di 8.939 (l’anno successivo) e infine di 2.713 (nel 2016, ultimo dato disponibile, quello diffuso in Parlamento dal Ministero della Salute), per un totale appunto di 20.834. Sono tre anni, questi, nei quali gli aborti sono scesi ormai stabilmente sotto i 100mila, una soglia che suona spaventosa, ma che è ben lontana dal record nero delle 233.976 interruzioni di gravidanza del 1983, cinque anni dopo il varo della legge.

Il dato diffuso ieri – poco meno di 85mila aborti nel 2016 – è il più basso nei 40 anni della 194 che dal 22 maggio 1978 ha depenalizzato l’aborto sotto determinate condizioni, e comunque sempre con la premessa che dovesse introdurre norme anzitutto «per la tutela sociale della maternità» e solo in seconda battuta «per l’interruzione volontaria di gravidanza», tanto che al primo comma dell’articolo 1 tuttora si legge che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio».

Affermazione che suona tragicamente beffarda quando si mette mano alla calcolatrice e, relazione dopo relazione, si scopre che in un quarantennio la legge ha consentito sinora 5.814.635 aborti, con i 6 milioni di vite mancate che di questo passo saranno valicati nel giro di un paio d’anni.
I numeri certo non dicono tutto, ma di numeri vive il bilancio annuale di qualsiasi legge, con la differenza rispetto ad altri che in quello sulla 194 si avverte nitida l’eco generata dal vuoto in un Paese che invece mostra di saper amare la vita e proteggerla quando è più fragile, e lo fa per una sua radicata sapienza umanistica che non cessa di mostrarsi dov’è in gioco il destino del prossimo, dall’anziano al malato terminale, dal disabile al migrante.

E allora, è vero che 84.926 aborti sono "pochi" rispetto anche solo a cinque o dieci anni fa, ma sono lì a dirci ancora con l’evidenza assoluta di un numero pari a quello degli abitanti di Como (o se preferite appena meno di Brindisi e appena più di Treviso) che siamo al cospetto di una piaga che seguita a sanguinare, e con la quale dobbiamo fare i conti, tutti, anche i sostenitori del "diritto" insindacabile di fermare la vita nel grembo materno. Senza più stornare lo sguardo, solo perché sono "sempre meno", da quella città di bambini non nati che ogni anno l’Italia deve conteggiare nella colonna delle perdite.

Ognuno di quei numeri – ogni vita alla quale per qualunque disperato o banale motivo si è consapevolmente rinunciato – parla a tutte le coscienze, all’intera collettività, senza distinzioni di giudizio sul diritto a vivere o a non far vivere. E chiede di essere ascoltato in tutto ciò che può dirci. Perché i 21mila aborti in meno non si sono trasformati in altrettanti neonati in più, anzi: un Paese che vede prosciugarsi lentamente il mare degli aborti assiste nel medesimo tempo all’inaridimento della natalità, con la 'perdita' dentro lo stesso triennio di quasi 30mila bambini.

Da quel 1983 che registrò il vertice delle interruzioni di gravidanza le nascite sono arretrate di un quarto, con 150mila bimbi in meno. Il calo progressivo, e tuttavia ora più rallentato, delle maternità interrotte è andato di pari passo con l’irrigidimento dell’inverno demografico, senza un travaso da consultori e chirurgie alle sale parto. Non si è scelta più vita, ma una specie di attesa, di ripiegamento, che tuttavia – a una lettura più sensibile della relazione – rivela una forma di occultamento: il crescente ricorso al metodo chimico per fermare la gravidanza, raddoppiato in cinque anni e ormai oltre il 15% dei casi, mostra come si stia facendo strada l’idea che l’aborto può essere smaterializzato, riconsegnato alla solitudine della donna, reso invisibile. Una pasticca, e via.

È la stessa rimozione della realtà che ha spianato la strada all’esplosione nel consumo di 'pillola dei cinque giorni', pudicamente definita «contraccettivo di emergenza», ma che mirando a sopprimere l’embrione eventualmente appena formato non può che essere classificata tra le cause di aborti, sebbene precocissimi e materialmente impossibili da quantificare. Il triennio dei 21mila aborti in meno e delle 30milla culle vuote è anche lo stesso della liberalizzazione del farmaco e delle 172mila confezioni di EllaOne in più, con un aumento delle vendite che supera il mille per cento. Non si può più comprendere un dato senza sovrapporgli l’altro, e l’altro ancora. I 40 anni della 194 potranno allora fornire il pretesto per una nuova spaccatura tra interpretazioni contrapposte della realtà, oppure diventare un’occasione perché osserviamo insieme tutte le facce di una realtà complessa e allergica alle semplificazioni. Come lo è la stessa vita.

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