Il voto fotografa un’America sempre più lacerata
giovedì 8 novembre 2018

Il voto di Midterm fotografa un’America sempre più lacerata Non un successo, non una débâcle. Questo è il bilancio che Donald Trump può onestamente fare del voto di midterm. Non è per nulla inconsueto che un presidente in carica perda le elezioni di metà mandato, né è così facile che le maggioranze uscenti alle Camere vengano riconfermate.

Ma c’è un dato più importante della vittoria o della sconfitta di Donald Trump che occorre sottolineare, ed è la crescente divisione del Paese. La personalizzazione spinta dell’appuntamento elettorale, il tentativo di accentuarne i tradizionali caratteri, che ne fanno “anche” un momento di valutazione dell’operato, ma non “solo” un referendum sul presidente in carica, ha mostrato plasticamente quanto l’America sia lacerata, quanto il suo elettorato sia polarizzato. Si tratta di un fenomeno che aveva già preso avvio durante l’amministrazione Obama, ma che Trump ha decisamente esasperato, cavalcandolo fino alla vittoria nelle scorse primarie repubblicane e poi nelle successive elezioni presidenziali.

Questa volta la cosa gli è riuscita a metà. Non solo perché mentre ha mantenuto la maggioranza al Senato l’ha persa alla Camera dei rappresentanti. Ma soprattutto perché se la sua violenza verbale ha chiamato a raccolta i sostenitori ha prodotto anche la mobilitazione elettorale degli avversari, di tutti quelli che dalle parole (e dalle azioni) di Trump si sentono umiliati e offesi. Trump avrà certamente qualche problema in più nella realizzazione della sua agenda di politica interna, nello smantellamento dell’odiato Obamacare per esempio. Ne avrà invece molti meno in politica estera, considerando l’ampio margine di autonomia di cui il presidente gode e il ruolo decisivo svolto dal Senato in quel campo.

Ma Trump potrà fare ciò che hanno sempre fatto i suoi predecessori che si sono trovati nella medesima situazione: accusare gli avversari di impedirgli di lavorare per il bene dell’America e così prepararsi alla lunga campagna elettorale per le prossime presidenziali. Solo una netta sconfitta repubblicana avrebbe potuto scongiurare l’eventualità di un secondo mandato per il Tycoon dai capelli arancioni. E non è quello che si è verificato. In teoria una Camera democratica potrebbe più facilmente avviare la procedura per l’impeachment del presidente e ampliare il mandato del Procuratore speciale Mueller. Ma, come ha ricordato ancora recentemente Bob Woodward (il reporter che portò alla luce lo scandalo Watergate), al momento nessuna delle “malefatte” fin qui riscontrate a Trump sembrano avere una rilevanza penale.

E, in ogni caso, un procedimento giudiziario che avesse il sapore di una persecuzione o di una vendetta politica non farebbe altro che accentuare la lacerazione politica del Paese, magari spianando la strada a personaggi persino più controversi di lui. Dal profilo di alcuni dei democratici eletti, però, si può cogliere un segnale importante: quello cioè della scelta di raccogliere la sfida lanciata da Trump durante le presidenziali, di tornare a fare del Partito democratico il naturale luogo di ascolto e rappresentanza dei meno abbienti e dei più svantaggiati. Da qui probabilmente il partito dell’Asinello deve ripartire se vuole davvero provare a contendere la Casa Bianca a Donald Trump. Da qui può ripensare un “nuovo patto” con la Nazione, come quello che, in un’epoca tanto diversa eppure non così dissimile, seppe forgiare Franklin Delano Roosevelt.

È la sola chance che possa portare alla deradicalizzazione del discorso politico e alla convergenza verso un “centro” sul quale confluiscano i tanti scontenti e sconfitti da una globalizzazione malgovernata e dissennata, a prescindere dal colore della pelle o dal luogo di residenza. La ricostruzione di un Paese in cui il termine “bipartisan” non costituisca solo un fossile politico può avvenire solo a condizione di ricostruire un centro di gravità politica nel quale l’America possa riconoscersi “insieme”, così tentando di superare le montanti paure del futuro e i risorgenti incubi del passato.

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