La ritirata Usa dall'Onu รจ una scelta che riduce l'orizzonte comune
diย Antonio Spadaro
Il disimpegno americano dalle agenzie internazionali e dalle piattaforme condivise รจ una traiettoria problematica alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa

Cโรจ un modo per capire la politica estera che non passa dai discorsi solenni nรฉ dalle crisi spettacolari, ma dagli spazi che si lasciano vuoti. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno annunciato lโuscita da un numero impressionante di organismi internazionali: forum tecnici, agenzie dellโOnu, piattaforme scientifiche, programmi di cooperazione. Presi uno a uno, molti di questi nomi dicono poco al grande pubblico. Considerati insieme, perรฒ, raccontano una storia coerente: un ridisegno silenzioso ma profondo dellโimpegno americano nel mondo.
Non si tratta soltanto di geopolitica, nรฉ di un cambio di amministrazione o di stile. ร una mutazione di fondo nel modo di concepire il multilateralismo. Per decenni, con tutte le ambiguitร del caso, Washington ha considerato le istituzioni internazionali come strumenti imperfetti ma necessari per governare un mondo interdipendente. Oggi, al contrario, esse vengono percepite come costi, vincoli, spazi di dispersione della sovranitร . Il ritiro non รจ episodico: colpisce in modo sistematico le aree dove la cooperazione richiede tempo, fiducia, competenza condivisa e soprattutto una visione del bene che non coincide con lโinteresse immediato.
ร particolarmente eloquente il disimpegno dai luoghi che producono conoscenza comune sullo stato del pianeta: lโIntergovernmental Panel on Climate Change, la cornice della Un Framework Convention on Climate Change, le reti internazionali sulle energie rinnovabili e sulla biodiversitร . Qui non siamo davanti a un dibattito tecnico su modelli energetici o percentuali di emissioni. ร in gioco lโidea stessa che esistano beni โ il clima, gli ecosistemi, lโaria, gli oceani โ che nessuno Stato puรฒ governare da solo. Ritirarsi da questi spazi significa indebolire la possibilitร di una risposta collettiva proprio lร dove la crisi รจ piรน chiaramente globale.
Lo stesso vale per lโuscita da programmi dedicati allโeducazione nelle emergenze, alla protezione dei bambini nei conflitti, alla lotta contro la violenza sessuale e contro lo sfruttamento. Qui la questione non รจ lโefficienza amministrativa, ma la gerarchia delle prioritร . La politica internazionale, implicitamente, viene ripensata a partire da ciรฒ che รจ immediatamente strategico, mentre ciรฒ che riguarda i piรน vulnerabili torna a essere percepito come accessorio. ร una scelta che parla di potere, ma anche di antropologia: di chi conta davvero quando si decide dove investire presenza e risorse.
Un modo utile per leggere il recente disimpegno degli Stati Uniti รจ farlo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Questo non significa adottare una prospettiva confessionale, ma utilizzare una griglia critica collaudata per valutare le politiche globali. Essa offre categorie operative โ bene comune, solidarietร , responsabilitร condivisa, limiti della sovranitร โ utili per interpretare scelte che incidono su clima, pace, sviluppo e diritti. ร un linguaggio capace di illuminare le conseguenze sistemiche delle decisioni politiche, oltre la contingenza e lโinteresse immediato.
E a questa luce, la statunitense traiettoria appare problematica. Da Giovanni XXIII in poi, il magistero ha insistito sullโidea che lโordine internazionale non sia un orpello, ma una dimensione necessaria della giustizia. Paolo VI parlรฒ alle Nazioni Unite come a un laboratorio fragile ma indispensabile di pace. Giovanni Paolo II difese il multilateralismo come argine alla legge del piรน forte. Benedetto XVI sottolineรฒ la necessitร di unโautoritร internazionale orientata al bene comune. Con papa Francesco, infine, lโecologia integrale e la fraternitร globale sono diventate criteri espliciti di giudizio politico: nessuna crisi decisiva โ climatica, migratoria, sanitaria โ puรฒ essere affrontata in solitudine.
Certo, la Dottrina Sociale della Chiesa non รจ una teologia delle burocrazie. Essa riconosce che le istituzioni internazionali possono essere lente, inefficaci, talvolta catturate da interessi particolari. Il principio di sussidiarietร mette in guardia contro apparati lontani dalle persone e incapaci di ascolto. In questo senso, una critica alle strutture multilaterali non รจ di per sรฉ estranea al pensiero cattolico. Anzi ne รจ parte integrante. Ma qui sta la differenza decisiva: la tradizione ecclesiale chiede riforma, non abbandono; conversione delle istituzioni, non diserzione. Il ritiro sistematico indica invece la scelta di ridurre lโorizzonte comune anzichรฉ lavorare alla sua trasformazione.
Anche nelle aree della sicurezza, del contrasto al terrorismo e delle minacce digitali, la decisione appare ambivalente. Uscire dai forum di coordinamento su cyber-sicurezza, giustizia internazionale e minacce ibride puรฒ sembrare un rafforzamento della sovranitร . In realtร rischia di indebolire proprio la capacitร di risposta a fenomeni che non conoscono confini. La Dottrina Sociale della Chiesa non nega il diritto alla sicurezza, ma lo lega sempre alla tutela dei diritti e alla cooperazione. Una sicurezza che si chiude diventa, prima o poi, piรน fragile.
Che cosa si puรฒ dedurre, allora, sullโimpegno americano nel mondo? Che gli Stati Uniti non si stanno ritirando dalla scena, ma stanno cambiando il modo di starci. Preferiscono relazioni selettive a cornici comuni, strumenti flessibili a istituzioni stabili, risultati immediati a beni condivisi di lungo periodo. ร una leadership piรน difensiva che generativa, piรน attenta a ridurre costi che a costruire fiducia.
La Dottrina Sociale della Chiesa propone una visione diversa: la leadership come servizio, la sovranitร come responsabilitร , la cooperazione come investimento nel futuro. Il contrasto non รจ ideologico, ma pratico. In un mondo attraversato da crisi intrecciate, svuotare i luoghi del comune significa lasciare che il vuoto venga riempito dalla competizione, dalla forza, dalla frammentazione. La lista delle organizzazioni abbandonate non รจ soltanto un inventario amministrativo. ร una radiografia morale del tempo che stiamo attraversando, e una domanda aperta sul tipo di ordine globale che vogliamo abitare. Una domanda che il papa americano si trova sulla scrivania sin dal giorno della sua elezione.
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