La ritirata Usa dall'Onu è una scelta che riduce l'orizzonte comune

Il disimpegno americano dalle agenzie internazionali e dalle piattaforme condivise è una traiettoria problematica alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa
January 13, 2026
La ritirata Usa dall'Onu è una scelta che riduce l'orizzonte comune
La bandiera dell'Onu /Siciliani
C’è un modo per capire la politica estera che non passa dai discorsi solenni né dalle crisi spettacolari, ma dagli spazi che si lasciano vuoti. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno annunciato l’uscita da un numero impressionante di organismi internazionali: forum tecnici, agenzie dell’Onu, piattaforme scientifiche, programmi di cooperazione. Presi uno a uno, molti di questi nomi dicono poco al grande pubblico. Considerati insieme, però, raccontano una storia coerente: un ridisegno silenzioso ma profondo dell’impegno americano nel mondo.
Non si tratta soltanto di geopolitica, né di un cambio di amministrazione o di stile. È una mutazione di fondo nel modo di concepire il multilateralismo. Per decenni, con tutte le ambiguità del caso, Washington ha considerato le istituzioni internazionali come strumenti imperfetti ma necessari per governare un mondo interdipendente. Oggi, al contrario, esse vengono percepite come costi, vincoli, spazi di dispersione della sovranità. Il ritiro non è episodico: colpisce in modo sistematico le aree dove la cooperazione richiede tempo, fiducia, competenza condivisa e soprattutto una visione del bene che non coincide con l’interesse immediato.
È particolarmente eloquente il disimpegno dai luoghi che producono conoscenza comune sullo stato del pianeta: l’Intergovernmental Panel on Climate Change, la cornice della Un Framework Convention on Climate Change, le reti internazionali sulle energie rinnovabili e sulla biodiversità. Qui non siamo davanti a un dibattito tecnico su modelli energetici o percentuali di emissioni. È in gioco l’idea stessa che esistano beni — il clima, gli ecosistemi, l’aria, gli oceani — che nessuno Stato può governare da solo. Ritirarsi da questi spazi significa indebolire la possibilità di una risposta collettiva proprio là dove la crisi è più chiaramente globale.
Lo stesso vale per l’uscita da programmi dedicati all’educazione nelle emergenze, alla protezione dei bambini nei conflitti, alla lotta contro la violenza sessuale e contro lo sfruttamento. Qui la questione non è l’efficienza amministrativa, ma la gerarchia delle priorità. La politica internazionale, implicitamente, viene ripensata a partire da ciò che è immediatamente strategico, mentre ciò che riguarda i più vulnerabili torna a essere percepito come accessorio. È una scelta che parla di potere, ma anche di antropologia: di chi conta davvero quando si decide dove investire presenza e risorse.
Un modo utile per leggere il recente disimpegno degli Stati Uniti è farlo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Questo non significa adottare una prospettiva confessionale, ma utilizzare una griglia critica collaudata per valutare le politiche globali. Essa offre categorie operative — bene comune, solidarietà, responsabilità condivisa, limiti della sovranità — utili per interpretare scelte che incidono su clima, pace, sviluppo e diritti. È un linguaggio capace di illuminare le conseguenze sistemiche delle decisioni politiche, oltre la contingenza e l’interesse immediato.
E a questa luce, la statunitense traiettoria appare problematica. Da Giovanni XXIII in poi, il magistero ha insistito sull’idea che l’ordine internazionale non sia un orpello, ma una dimensione necessaria della giustizia. Paolo VI parlò alle Nazioni Unite come a un laboratorio fragile ma indispensabile di pace. Giovanni Paolo II difese il multilateralismo come argine alla legge del più forte. Benedetto XVI sottolineò la necessità di un’autorità internazionale orientata al bene comune. Con papa Francesco, infine, l’ecologia integrale e la fraternità globale sono diventate criteri espliciti di giudizio politico: nessuna crisi decisiva — climatica, migratoria, sanitaria — può essere affrontata in solitudine.
Certo, la Dottrina Sociale della Chiesa non è una teologia delle burocrazie. Essa riconosce che le istituzioni internazionali possono essere lente, inefficaci, talvolta catturate da interessi particolari. Il principio di sussidiarietà mette in guardia contro apparati lontani dalle persone e incapaci di ascolto. In questo senso, una critica alle strutture multilaterali non è di per sé estranea al pensiero cattolico. Anzi ne è parte integrante. Ma qui sta la differenza decisiva: la tradizione ecclesiale chiede riforma, non abbandono; conversione delle istituzioni, non diserzione. Il ritiro sistematico indica invece la scelta di ridurre l’orizzonte comune anziché lavorare alla sua trasformazione.
Anche nelle aree della sicurezza, del contrasto al terrorismo e delle minacce digitali, la decisione appare ambivalente. Uscire dai forum di coordinamento su cyber-sicurezza, giustizia internazionale e minacce ibride può sembrare un rafforzamento della sovranità. In realtà rischia di indebolire proprio la capacità di risposta a fenomeni che non conoscono confini. La Dottrina Sociale della Chiesa non nega il diritto alla sicurezza, ma lo lega sempre alla tutela dei diritti e alla cooperazione. Una sicurezza che si chiude diventa, prima o poi, più fragile.
Che cosa si può dedurre, allora, sull’impegno americano nel mondo? Che gli Stati Uniti non si stanno ritirando dalla scena, ma stanno cambiando il modo di starci. Preferiscono relazioni selettive a cornici comuni, strumenti flessibili a istituzioni stabili, risultati immediati a beni condivisi di lungo periodo. È una leadership più difensiva che generativa, più attenta a ridurre costi che a costruire fiducia.
La Dottrina Sociale della Chiesa propone una visione diversa: la leadership come servizio, la sovranità come responsabilità, la cooperazione come investimento nel futuro. Il contrasto non è ideologico, ma pratico. In un mondo attraversato da crisi intrecciate, svuotare i luoghi del comune significa lasciare che il vuoto venga riempito dalla competizione, dalla forza, dalla frammentazione. La lista delle organizzazioni abbandonate non è soltanto un inventario amministrativo. È una radiografia morale del tempo che stiamo attraversando, e una domanda aperta sul tipo di ordine globale che vogliamo abitare. Una domanda che il papa americano si trova sulla scrivania sin dal giorno della sua elezione.

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