«Vi spiego cosa sta succedendo nel mio Iran e perché intervenire sarebbe un errore»

L’iraniano Djalili, docente emerito dell’Istituto di alti studi internazionali di Ginevra: «La piazza è composita: giovani, sinistra, commercianti»
January 13, 2026
I cadaveri dei civili nei sacchi neri per le vie di Teheran
I cadaveri dei civili nei sacchi neri per le vie di Teheran
Le raffiche sparate ad altezza d’uomo. Le scie di sangue nelle piazze mentre infuriano gli incendi. Le squadracce dei pasdaran che in moto circondano e brutalizzano i manifestanti trascinati nelle prigioni di regime. La repressione in Iran è asfissiante, mentre gli Stati Uniti minacciano un intervento militare che manca solo dell’ordine della Casa Bianca, dopo che caccia, droni e bombardieri sono stati dispiegati nelle basi americane in Europa e Medioriente. Il gruppo per i diritti umani “Hrna”, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver verificato la morte di 648 persone – tra cui 69 membri delle forze di sicurezza – e l’arresto di 10.694 manifestanti dal 28 dicembre, primo giorno di proteste in piazza. Altre fonti non verificate parlano di un numero di contestatori uccisi quattro volte superiore, specie nelle aree più remote. In quello che appare come il tentativo di guadagnare tempo, Teheran ha dichiarato che manterrà aperte le comunicazioni con gli Stati Uniti, proprio mentre il presidente Donald Trump valuta le risposte alla sanguinosa repressione.
«Un intervento straniero militare sarebbe controproducente, soprattutto se dovesse prolungarsi nel tempo». Lo afferma Mohammad-Reza Djalili, per anni docente di Scienze politiche e diplomatiche all’Institut de hautes études internationales di Ginevra, nonché autore di vari libri sul suo Paese d’origine, tra cui Géopolitique de l’Iran.
Professore, il bilancio delle vittime si aggrava di giorno in giorno. Il ministro Abbas Araghchi sostiene ora che le manifestazioni sono diventate violente per fornire una scusa all’intervento americano...
Le autorità riversano sempre le colpe sugli altri. I manifestanti non possiedono armi e non cercano di uccidere. Forse sono più numerosi rispetto a prima, ma sostenere che sono più violenti di fronte ai pasdaran è una pura esagerazione.
Quindi nega che ci siano state vittime tra le forze della polizia?
Non nego, ma certamente in numeri molto inferiori a quelli tra i civili, dal momento che si parla di poche decine tra i poliziotti e di oltre mille tra i manifestanti.
In che cosa le attuali proteste sono “diverse” da quelle avvenute in precedenza?
Anzitutto per il numero dei partecipanti e per la loro continuità. Aggiungerei il fatto che ora si è individuato un leader nella figura del figlio dell'ultimo scià, Reza Pahlavi, il quale è riuscito a riunire molti iraniani attorno all’ideale di un cambiamento alquanto tranquillo in vista di un regime liberale, laico e democratico.
Il fatto che il principe si candidi a guidare la transizione non tradisce forse la difficoltà di individuare leader più credibili all'interno del Paese?
Può darsi, anche se alcune figure cominciano a spuntare tra le minoranze etniche, come quella curda. I giovani iraniani sono tuttavia del parere che sotto i Pahlavi la situazione economica era decisamente migliore e spesso rimproverano ai propri genitori la caduta della monarchia. A favore di Reza gioca anche il fatto che aveva solo 18 anni quando è partito in esilio, quindi non ha mai esercitato il potere e non può essere ritenuto responsabile dell’operato di suo padre. Sarà tuttavia il popolo a decidere, con un referendum, se optare per una monarchia costituzionale oppure optare per la repubblica.
Il professore iraniano Mohammad-Reza Djalili
Il professore iraniano Mohammad-Reza Djalili
Ci può tracciare un identikit della piazza antigovernativa?
Troviamo diversi strati sociali, che spaziano dai giovani ai partiti della sinistra. I commercianti del bazar sono sempre stati dalla parte del clero sciita, sia durante la monarchia che sotto la Repubblica islamica. Nessuno però evoca i Mojahedin-e-Khalq di Maryam Rajavi che sono molto presenti alle manifestazioni che si tengono in Europa.
Quali sono i passi falsi che l'Occidente, in primis gli Stati Uniti, devono assolutamente evitare?
Il rischio di un intervento americano, o israelo-americano, sarebbe poco apprezzato in Iran. A meno che non avvenga in maniera ultrarapida e minimalista con l’obiettivo di fiaccare le difese del regime, magari colpendo centri nevralgici oppure attraverso l’eliminazione di alcune personalità al vertice. Mai però avventurarsi in conflitti di più lunga durata che rischiano di provocare un elevato numero di vittime. So che Trump terrà nelle prossime ore un briefing per esporre le diverse opzioni, ma vorrei ricordare che l’Iran non è il Venezuela e Teheran non si trova sul mare.
Come si spiega che le speranze suscitate dall’elezione di Massud Pezeshkian si siano affievolite in così poco tempo?
Diciamo che il calo dei consensi era iniziato qualche anno prima con il movimento “Donna, vita, libertà”, con il regime che si è inimicato la metà della popolazione sulla questione del velo. Non dimentichiamo però che se l’inflazione era, all'arrivo al potere di Pezeshkian, al 30-40%, ora è salita al 50-55% costringendo molte famiglie a consumare la carne una sola volta al mese.
Ha notizie dei suoi familiari?
Sono giorni che non riesco a contattarli a causa del blackout di internet, ma anche dell’interruzione delle linee telefoniche. Vedete, ai tempi dello scià si parlava di poche centinaia di migliaia di emigrati iraniani, oggi la nostra diaspora conta tra 6 e 8 milioni di persone, sparsa dall’Australia al Canada e all'Europa.

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