Se il territorio diventa merce: la geopolitica immobiliare

Le acquisizioni hanno caratterizzato la storia delle relazioni tra popoli ed entità politiche sin dall’antichità. Basti pensare alla formazione degli Imperi, la cui sorte, però, è stata quella della progressiva dissoluzione in favore degli Stati nazionali. Ora torna la (nefasta) categoria del possesso
January 13, 2026
Se il territorio diventa merce: la geopolitica immobiliare
/Foto Icp
Il territorio è tornato ad essere un fattore definitorio della politica internazionale, e non è una buona notizia. Le acquisizioni territoriali hanno caratterizzato la storia delle relazioni tra popoli ed entità politiche sin dall’antichità. Basti pensare alla formazione degli imperi: un processo di espansionismo e di conquista che ha coinvolto tutti i continenti, e non solo l’Europa. Configurazioni imperiali sono nate in Asia occidentale, nel vasto mondo cinese, nelle steppe euro-asiatiche, nel subcontinente indiano, in Africa ed in quella che è ora l’America latina già in età precolombiana. Una dinamica acquisitiva e una configurazione patrimonialistica del potere che è durata fino alla metà del secolo scorso. Da allora, abbiamo assistito a un processo inverso, quello della frammentazione. La sorte degli imperi, già profondamente compromessi alla fine della Prima Guerra mondiale (con la scomparsa degli imperi russo, germanico, austro-ungarico e ottomano), è stata quella della loro progressiva dissoluzione a favore degli Stati nazionali. Un destino che si è compiuto con la decolonizzazione degli anni ’60 del secolo scorso, e non sempre in modo pacifico, con le lotte di liberazione nazionale, specie nei due casi opposti (nelle dinamiche e nel metodo) dell’India e dell’Algeria.
La fine dell’Unione Sovietica ha portato all’indipendenza degli Stati dell’Europa baltica e orientale (con la riunificazione tedesca) e negli immensi spazi dell’Asia centrale. In molte aree le frontiere artificiali tracciate dalle potenze occupanti alla fine dell’epopea coloniale dimostrano tutta la loro precarietà. L’Isis aveva tentato di ricostituire un grande Stato islamico, un nuovo Califfato, cancellando il confine tra Iraq e Siria. La Cina mantiene vive le sue aspirazioni sulla “riunificazione” di Taiwan. Un caso macroscopico è la perdurante occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele, specie dopo il 1967. L’aggressione russa all’Ucraina per il controllo della Crimea e del Donbass rappresenta un attentato all’integrità territoriale di un Paese membro delle Nazioni Unite addirittura da parte di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.
Le ambizioni di Trump sulla Groenlandia potrebbero aprire un ulteriore capitolo di questa tendenza. Le motivazioni strategiche non convincono neanche un po’. C’è la Russia? Ma la Russia è già una potenza artica. E la Groenlandia, attraverso la Danimarca, è già un territorio della Nato. Gli Stati Uniti acquistarono (pacificamente) la Louisiana dalla Francia nel 1803 e l’Alaska proprio dalla Russia nel 1867, mentre ottennero la Florida grazie ad un Trattato con la Spagna nel 1819. Oggi però le pretese sulla Groenlandia si collocano nelle mire egemoniche sull’intero emisfero occidentale, e si sommano alle roboanti affermazioni sull’inclusione del Canada nell’Unione, sul controllo del Canale di Panama, sulla ridenominazione (simbolica) del Golfo del Messico in Golfo d’America. Non è una nuova versione della dottrina Monroe; ne è, in realtà, la radicale negazione. Non più preservare l’indipendenza degli Stati americani dalle influenze delle ex potenze coloniali, ma controllare in modo esclusivo la loro politica economica e le loro risorse. È piuttosto l’aggiornamento del “big stick” di Theodore Roosevelt verso l’America Latina, nel primo decennio del XX secolo: «Parlare gentilmente e portare un grosso bastone». È caduto però l’avverbio “gentilmente”, come abbiamo visto nella vicenda del Venezuela.
Ciò che accomuna casi apparentemente disparati è la categoria del possesso, la volontà di disporre di porzioni di mondo a proprio piacimento. La politica internazionale assume i caratteri di una contesa immobiliare, che riduce la nostra Terra ad un oggetto di appropriazione, dominio e sfruttamento (ricordate la “Riviera” di Gaza?). È la reificazione della geografia politica, il territorio ridotto a merce. Una banalizzazione commerciale dell’ordine spaziale mondiale di cui parlava Carl Schmitt, trattando del “nomos” della Terra. Nel Museo antropologico di Vancouver campeggia una scritta sulla mappa dei territori che furono dei nativi americani: noi apparteniamo a questa terra. Basterebbe rimettere al centro della politica mondiale questa semplice idea: non possediamo la terra, ma apparteniamo ad essa.

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