mercoledì 20 maggio 2015
Gentile direttore,
sono magistrato, in servizio presso la Corte di appello di Napoli, e mi occupo essenzialmente, e da molti anni (anche “scientificamente” su diverse riviste giuridiche) di diritto di famiglia e delle persone. Le dico subito che sono laico, profondamene laico, e non credente (il che, per me, non è sinonimo di ateo): mi considero lontanissimo dalla Chiesa cattolica. Il discorso sarebbe lungo, e qui non interessa approfondirlo: peraltro – nel mio lavoro scientifico – do molta importanza alle posizioni cattoliche e a ciò che scrive il suo giornale, che trovo molto ben fatto, e che affronta le tematiche familiari con equilibrio e completezza (fermo che, di norma, non condivido una parola...). Le scrivo però, perché mi pare ci sia un sostanziale silenzio di parte cattolica sulle ultime trasformazioni del matrimonio, che rischiano di snaturarlo, in termini nocivi per tutti. Ad esempio, di recente è stato introdotto il divorzio (e la separazione) “municipale” , innanzi al sindaco: fermo che, sotto il profilo pratico, allo stato è una riforma irrilevante, sono sfuggite ai più le implicazioni potenziali. Il divorzio è stato equiparato, nella sostanza, a un cambio di residenza. I cattolici si attardano invece in una assurda opposizione al cosiddetto “divorzio breve” (o immediato). Noto poi che le totali chiusure cattoliche in materia di tutela delle coppie di fatto stanno portando, inevitabilmente, a riforme ben più radicali di quelle che sarebbero state possibili e accettabili ancora pochi anni fa. Lasciamo stare i profili internazionali: voglio attirare la sua attenzione sul disegno di legge in corso di esame al Parlamento sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. A me sembra una “truffa” delle etichette: non c’è stata una equiparazione totale al matrimonio (come ancora nei testi iniziali), ma solo in apparenza, perché poi sono richiamate tutte le norme più significative che riguardano il matrimonio, compresi i doveri reciproci e gli obblighi economici. Addirittura si applicheranno le norme su separazioni e divorzio. A questo punto ci vorrà poco per far cadere il nomen utilizzato, che potrà essere inteso come “discriminatorio”.
 
 
Attenzione: che le unioni omosessuali debbano essere riconosciute e tutelate è ormai indispensabile anche nel nostro Paese, e imposto dalla Corte Costituzionale. Ma davvero occorre arrivare alla equiparazione (quasi) totale? Il principio di eguaglianza significa “a ciascuno il suo”, non a tutti lo stesso, ma mi sembra che questo principio giuridico fondamentale si stia perdendo. Il «matrimonio per tutti», tanto per usare una formula alla francese, svilisce il matrimonio di tutti, o meglio quello eterosessuale (ma a mio avviso è una tautologia: il matrimonio, per quanto il contenuto dell’istituto sia variato nei secoli, è pur sempre l’unione stabile tra uomo e donna).
 
Temo per i figli: questi hanno diritto, in linea di principio, alla bigenitorialità nel senso di alterità di sesso tra i genitori (salvo situazioni particolari, che danno luogo, ad esempio, all’adozione). La nuova legge sembra precluderlo agli omosessuali, ma anche qui, a questo punto, è facile immaginare una serie di successivi interventi demolitori... Già la giurisprudenza, del resto, sta aprendo, talora in modo sconcertante, a forme di filiazione in favore di coppie omosessuali (non sempre con attenzione all’interesse concreto dei figli). In conclusione io credo che le cecità di parte cattolica, l’anche arrogante rifiuto di ogni soluzione diversa rispetto a un indifendibile “esistente”, siano concausa di tutto ciò. Non crede che ci sia spazio per una riflessione più serena, non confessionale, fondata sul colloquio senza prevenzioni tra laici e cattolici, a tutela di valori comuni a tutti?
Geremia Casaburi
Penso da sempre che sul matrimonio (come su altre cruciali questioni) sia possibile una riflessione «serena e non confessionale a tutela di valori comuni a tutti»: cristiani, credenti di altre fedi e non credenti. E lo penso a ragion veduta, perché ho sperimentato più volte nella mia vita questa convergenza. Purtroppo, gentile dottor Casaburi, ho sperimentato, e sperimento, anche il contrario, cioè una contrapposizione pregiudiziale e censoria, sino al punto di arrivare a distorcere la realtà. Appena ieri, ne ho avuto un nuovo e sorprendente esempio da un collega che, pure, stimo e che a sua volta riconosce al giornale che oggi io dirigo «molti meriti» almeno a proposito di chiarezza sulle questioni riguardanti migranti e rom. Mi riferisco a Furio Colombo che, sul “Fatto”, ha replicato a un lettore che l’interrogava sulla «maternità surrogata», cioè – detto più ruvidamente e dolorosamente – sugli «uteri in affitto» e sull’«appello» contro questa pratica «pubblicato da “Avvenire”». Beh, Colombo è riuscito a dire di tutto e di più, tranne l’essenziale. E cioè che si tratta di una battaglia civile, politica, culturale e umanitaria a difesa di donne schiavizzate, colonizzate nel loro stesso corpo e ridotte a povere “fattrici” di figli per altri che è condivisa da cristiani e credenti di ogni continente e confessione e sostenuta da quasi due anni da “Avvenire” (giornale cattolico), ma anche, trasversalmente, da liberali non libertini nonché, ecco il punto, da esponenti di primo piano del progressismo e del femminismo europeo che hanno pubblicato su “Liberation” (giornale della sinistra francese) proprio l’«appello» che secondo il lettore e Colombo sarebbe invece ennesima prova della nostra volontà di far sì che «gli articoli di fede diventino articoli di codice». Interessante, no? Ma forse un po’ spericolato... Non posso davvero dimenticare la forza del pregiudizio ostile, anche perché mi viene ricordata spesso e clamorosamente (purtroppo anche da qualche credente come me...). Ma preferisco ricordare e valorizzare la tensione positiva e la speranza che, civilmente, possono portarci a camminare e a costruire insieme un mondo più umano e più giusto. Insomma: non mi faccio illusioni, ma non posso e non voglio arrendermi all’incomprensione reciproca. Trovo perciò molto interessanti le sue argomentazioni su quello che definisce il “divorzio municipale” e sull’attuale testo base dell’ipotizzata legge sulle “unioni civili” tra persone dello stesso sesso. Leggere le sue parole di magistrato (e di libero pensatore) mi induce a concludere che non è poi così vero che lei «di norma, non condivide una parola» di ciò che scriviamo in tema di famiglia. Da tempo anch’io sostengo che bisognerebbe saper tracciare una «via italiana» alla regolazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso che sia seriamente distinta dalla disciplina matrimoniale e non confonda l’inconfondibile, trasformando i figli in oggetti del «diritto» di un/una desiderante, omosessuale o no. Ieri ancora una volta la voce della Chiesa italiana è risuonata, all’unisono con quella di papa Francesco, con confortante chiarezza. Sono contento di poter registrare, contemporaneamente, questa sua solida e laica riflessione. Così contento da sorvolare su sue valutazioni polemiche che non condivido affatto. Ma per convergere sul bene possibile non è necessario essere d’accordo su tutto, l’importante è riconoscere l’essenziale.
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