giovedì 9 marzo 2017

Nelle scorse settimane, nel giro di pochi giorni, sono riemersi snodi drammatici del rapporto tra etica e diritti umani, su temi apparentemente diversi, che però hanno evidenziato un fenomeno ricorrente, che possiamo definire di elusione del diritto, di violazione di diritti personali, pur solennemente proclamati a livello internazionale e nazionale. L’obiezione di coscienza, la monogenitorialità che implica la maternità surrogata (e il commercio di gameti umani), la diffusione delle teorie del 'gender' nella scuola, la questione dell’eutanasia, e quella dell’offesa più oltraggiosa al sentimento religioso. Si può fare un bilancio, trovare ciò che unifichi questi momenti aspri, queste cadute del vivere insieme rispetto ai valori che ci siamo dati, e vogliamo promuovere? È un interrogativo che può aiutarci ad affrontare le situazioni più serie. Un primo filo conduttore c’è, ed è che la cosiddetta proliferazione di diritti, veri o presunti, di alcuni soggetti, finisce col mettere in secondo piano, o negare del tutto, i diritti di altri soggetti, quasi sempre deboli, privi di difesa. E ciò anche quando le leggi sono chiare, rafforzate da pronunce di istituzioni sovranazionali.

Il caso della doppia genitorialità, negata dalla Corte di Appello di Trento, è emblematico. Rivendicato il diritto dei genitori omosex ad avere un figlio, comunque sia, il loro desiderio schiaccia e annulla i diritti degli altri. È ignorato il diritto dei figli a essere allevati da papà e mamma, mentre sono privati con una violenza senza eguali della madre (o del padre), o del rapporto con il genere femminile che completa l’identità fisica e psichica del bambino. Per i figli di queste coppie non vale, sin dalla nascita, il principio d’eguaglianza rispetto agli altri bambini del mondo, perché si nega un diritto umano basilare garantito dalle Carte internazionali del Novecento, riconosciuto dal primo apparire dell’uomo e della donna su questa terra. Tra l’altro, nessuno può supplire alla volontà di chi è appena nato, e i minori potranno lamentarsi di ciò che viene loro tolto solo quando saranno adulti, ma allora la grande ingiustizia sarà compiuta e consumata. La stessa sentenza di Trento ignora del tutto, cancellandoli dall’orizzonte della riflessione, i diritti delle madri surrogate, necessarie per soddisfare il desiderio di coppie omosex: queste persone scompaiono, come madri nascoste senza figli, nel Paese d’origine, dopo aver subito le nuove forme di servilismo procreativo, anche in questo caso in opposizione totale ai princìpi delle Carte internazionali. Contro il nascondimento della madre grida quel principio basilare, compreso da ogni essere umano nella sua profondità, per il quale «salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre» (Dichiarazione sui diritti del fanciullo, 1959, VI princ.), e gridano le leggi e le Convenzioni che tutelano la maternità come condizione pregiudiziale per la crescita dei bambini.

Il 23 marzo si svolgerà a Roma un convegno internazionale, per iniziativa di 'Se non ora quando - Libere', sulla maternità surrogata, con il quale, sulla scorta di analoghi incontri svolti nel 2016 in Francia e altri Paesi, si vuole richiamare l’attenzione sulle discriminazioni procreative inventate dall’uomo, dirette a sfruttare, spesso per subalternità economica, donne che non fruiscono di una vera libertà. Un evento, come ama dire il direttore di questo giornale, «in steroefonia» con altre iniziative come appunto la lunga campagna informativa di 'Avvenire' sul tema dell’«utero in affitto». C’è una ripulsa quasi istintiva per questa pratica, c’è la condanna ripetuta in sedi europee, ci sono leggi nazionali che la proibiscono, eppure essa risulta addirittura premiata da giudici che legittimano il rapporto di filiazione dei minori con chi non può essere (secondo le circostanze) né padre né madre. Il paradosso è sotto i nostri occhi nella sua enormità: dopo aver negato il diritto della donna a non essere sfruttata e discriminata, si premia poi chi utilizza la sua subalternità, magari perché è in grado di spostarsi da un Paese all’altro. Ci si deve chiedere quale valore abbiano le Convenzioni che hanno imposto barriere etiche e giuridiche contro le discriminazioni della donna, quando riconoscono i suoi diritti nella famiglia, nel periodo della gravidanza, della maternità. L’intero meccanismo della surroga di maternità, concepito per usare il corpo della donna e sottrarre poi il frutto della gravidanza, è contrario al diritto universale, per il quale si deve «sopprimere qualunque pratica, consuetudinaria o d’altro genere, che sia fondata sull’inferiorità della donna», garantire per «i genitori pari diritti e doveri per quanto riguarda i figli» (art. 3 e 6, Conv. 1967), «prendere ogni misura adeguata (che elimini) la discriminazione praticata nei confronti della donna da persone, organizzazioni o enti di ogni tipo» (art. 2, Conv. 1979).

Eppure, esistono associazioni e organizzazioni che gestiscono e diffondono il mercato dello sfruttamento della maternità surrogata, e che si sentono garantite da una giurisprudenza che non rispetta le leggi: la somma ipocrisia delle sentenze che sostengono che la separazione del bambino dalla madre è avvenuta in una fase precedente è svelata dalla loro stessa funzione premiale, quando accolgono la richiesta di chi ha sfruttato il corpo della donna, e gli affidano chi è stato gestito e procreato da altri. Il diritto e le leggi, anche le più strategiche, divengono così degli optional, da cancellare o interpretare in modo distorto, con l’obiettivo di negare solidarietà a chi più ne ha bisogno. Questo schema di denegata solidarietà si presenta anche per l’obiezione di coscienza all’aborto, vista con crescente sospetto, osteggiata in tante forme, fino alla violazione di una legge che protegge l’obiezione, con l’incredibile motivazione (nel caso della Regione Lazio) che l’eccezione riguarda un concorso per soli due posti, come se la legge potesse essere violata ogni tanto, proprio da parte di chi deve solo rispettarla. La finalità è più ambiziosa, tende a elevare l’aborto a livello di un vero diritto, sempre in opposizione a quanto dice la legge. E si presenta, ancora, nei tentativi di diffusione delle teorie di 'gender' nella scuola, soprattutto nelle prime classi. In questo caso, l’obiettivo della diffusione sono i minori che non possono difendersi, e insieme di annientare il diritto dei genitori di educare i figli secondo la proprie convinzioni, previsto nella Convenzione europea del 1950. Si praticano allora tecniche di elusione, con normative di secondo grado che legittimano la presenza nella scuola di soggetti, associazioni, testi, che promuovono concezioni e pratiche contrarie alle convinzioni della famiglia, e dotate di capacità di condizionamento verso chi ancora non è in grado di percepire lo sviluppo fisico e psichico della sessualità.

Si può proseguire l’analisi in situazioni ancora diverse e, ciascuna a modo suo, drammatiche. Nel caso dell’invocazione dell’eutanasia, non pochi hanno abbandonato residue prudenze e vorrebbero farla diventare una normale pratica sanitaria di Stato, come avviene in Svizzera, Olanda e Belgio, e come s’è cercato fare anche in Francia, dove una struttura ospedaliera pubblica di Marsiglia ha ricorso al Consiglio di Stato, perfino contro la volontà dei genitori, per sopprimere una bambina gravemente lesa. Proprio ieri il massimo organo giurisdizionale francese s’è pronunciato a favore della scelta dei familiari. In altro ambito ancora, nel giudizio per vilipendio verso chi aveva esposto le oscenità più dure con riferimento alla figura di Gesù e alla memoria del Golgota, a Bologna, il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione degli autori perché il loro intento non era di offendere, ma di esprimere contenuti «umoristico-satirici delle istanze culturali e sociali promosse dall’associazione»: senza neanche accorgersi dell’enormità che s’è sostenuta, cioè che una associazione possa avere come istanza culturale quella offendere il sentimento religioso con qualunque mezzo, anche il più esecrabile. Siamo di fronte a una violazione piena della libertà religiosa, che comprende la tutela del sentimento dei credenti (tutti i credenti), e che legittima, mediante l’intento ludico-sarcastico, l’offesa al più intimo sentire della persona.

Riflettiamo su quanto sta accadendo, anche in modo tumultuoso, sotto i nostri occhi. Quasi sempre le leggi ci sono, e difendono la donna contro lo sfruttamento, la doppia genitorialità, il diritto dei genitori a educare i figli, il sentimento religioso, l’obiezione di coscienza. Eppure, spesso è come se non ci fossero, vengono aggirate, disapplicate con motivazioni furbesche, violate espressamente. C’è da chiedersi cosa si possa fare in un panorama nel quale cresce una concezione individualistica senza precedenti, e che pure il legislatore rifiuta e scoraggia con una saggia normativa. Si tratta di una deriva cui occorre opporsi, non solo in termini culturali e sociali, ma anche dandosi l’obiettivo di fare delle nostre leggi strumenti di vera tutela dei valori fondamentali, frenando quel fenomeno di dimenticanza, o elusione, del diritto, che si va diffondendo nelle pieghe dell’ordinamento e nella distrazione delle istituzioni e di parte dell’opinione pubblica. Vale la pena impegnarsi per uno scopo che coinvolge tutti noi.

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