Il Papa invita a non chiudersi. No al gattopardismo dello spirito


Riccardo Maccioni venerdì 2 dicembre 2016

È un Papa che dorme «come un legno », che benedice le lacrime, «occhiali con cui vedere Gesù», che mette in guardia dalla malinconia perché contrasta con la gioia cristiana. E oltretutto «fa venire la faccia da peperoncino all’aceto ». Giorno dopo giorno, da un discorso all’altro, ci siamo abituati al vocabolario fantasioso e immaginifico di Francesco. Una lingua che pesca a piene mani dalla vita quotidiana, che si alimenta di saggezza popolare, che usa vicende apparentemente piccole per spiegare verità grandi.

Spesso le sue sono come delle moderne parabole, in cui la memoria si intreccia con la stretta attualità, l’esperienza dei santi definisce una strada aperta a tutti, cinema e letteratura diventano un modo per addomesticare concetti altrimenti indigesti. Così ieri, nell’omelia in Santa Marta, l’omaggio al beato Charles de Foucauld, «un uomo che ha vinto tante resistenze» ha accompagnato la riflessione su chi invece si oppone alla grazia di Dio. E per spiegarsi meglio, Francesco ha usato l’immagine del «gattopardismo spirituale» con chiaro riferimento al romanzo di Tomasi di Lampedusa e forse ancora di più al film di Luchino Visconti. Una malattia, meglio un atteggiamento, che definisce chi a parole dice sì ma poi si comporta in modo diametralmente opposto, che promette di convertirsi, di cambiare, per poi rifiutare qualsiasi trasformazione.

Una forma di resistenza particolarmente pericolosa, perché subdola, nascosta, come chi ogni volta trova una scusa differente per giustificare il suo 'non fare' o, peggio ancora, accusa gli altri delle colpe proprie, per non guardare a se stesso. «Noi fummo i gattopardi, i leoni – recita il principe di Salina nel romanzo –: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra». Perché il peccato sta proprio lì, nell’immobilismo presuntuoso, nell’autosufficienza che ci spinge a chiudere le porte all’amore di Dio, che rifiuta di convertirsi, che crede di potersi fabbricare il Paradiso con le proprie mani. Trovare in sé delle resistenze non è brutto – dice il Papa – a patto di non usarle come «difesa della grazia del Signore», come rifiuto della sua misericordia. E dall’altra parte invece la ricetta per una vita riuscita, la strada per conquistarsi il cielo, passa dal riconoscersi piccoli e bisognosi di perdono, dall’accettazione del proprio limite, dall’aprire il cuore al Padre per poter dire, finalmente con sincerità: «Sono peccatore, aiutami, Signore».

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