martedì 10 maggio 2011
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L'ennesima violenza perpetrata contro i copti in Egitto ci ricorda una cosa molto semplice: è ancora lunga la strada per l’affermazione della democrazia nel mondo arabo e più in generale dove l’islam è religione ampiamente maggioritaria. Gli eventi rivoluzionari dei mesi scorsi, che hanno scosso il Maghreb da un torpore pluridecennale, restano evidentemente segnali incoraggianti per una possibile convergenza intorno ad alcuni principi politici universali tra le due sponde del Mediterraneo, che sarebbe sbagliato sottovalutare. Ma i nuovi attacchi contro i cristiani verificatisi nelle scorse ore forniscono importanti indicazioni su come il processo di avvicinamento tra queste due realtà resti accidentato e per nulla scontato. In particolare, emergono due elementi. Sul lato della domanda politica, occorre rilevare come la richiesta di uniformità, la diffidenza verso ciò che è avvertito come estraneo e diverso – contro la quale ha ammonito il Papa a Venezia domenica scorsa – è purtroppo un atteggiamento che non conosce frontiere di appartenenza etnica o religiosa. Ogni volta che una parte più o meno rilevante di una società si avverte minacciata o a rischio, la probabilità che la richiesta di uniformità (siamo uguali perché non presentiamo differenze) prenda il posto della richiesta di conformità (siamo uguali perché obbediamo alle medesime leggi) diventa più elevata. Ciò risulta particolarmente vero per quelle società che siano state a lungo espropriate della propria sovranità e sottoposte a un regime autoritario, e che difficilmente possono vedere nelle leggi qualcosa di diverso dallo stipite del privilegio: le leggi non si applicano agli "eletti", a chi ha relazioni importanti (per i quali vige la legge privata, il privi-legio) ma solo alle moltitudini. Così, quando il regime crolla, difficile stupirsi che quelle moltitudini siano insensibili a un messaggio che le inviti a uniformare il mondo a chi si percepisce come una maggioranza che finalmente può divenire totalità. Questa tendenza, intollerante e insieme impaurita, può più o meno facilmente essere corretta o invece venire alimentata in funzione dell’offerta politica che incontra, ed è questo il secondo elemento critico. Dopo la caduta del regime di Mubarak, in Egitto tale offerta risulta essere ancora estremamente confusa. Da un lato, abbiamo l’esercito, che pero appare sempre più frammentato a mano a mano che il mantenimento complessivo delle sue posizioni privilegiate di potere, prestigio e benessere si fa più complicato. Dall’altro, troviamo i Fratelli musulmani, la cui azione politica è sempre meno timidamente protesa alla conquista del centro del potere, anche a costo di venire a patti con una frazione dell’establishment militare, e che sembrano semmai inclini a un corporativismo inclusivo, piuttosto che a una democrazia di ispirazione anche solo vagamente liberale. Questa inclinazione implica che, nei confronti dei gruppi di interesse e le associazioni professionali, possa essere perseguita una certa dialettica, volta ad assicurare quelle alleanze necessarie alla conquista delle istituzioni politiche dello Stato: a condizione però che i possibili accordi non tocchino il "nocciolo identitario" del movimento, che nel caso dei Fratelli musulmani si colloca non tanto nel campo politico, quanto in quello religioso o, per meglio dire, di una certa interpretazione del religioso applicato alla società. In uno scenario politico caratterizzato da incertezza e dinamismo, tipico di tutte le fasi più o meno schiettamente rivoluzionarie, gli accordi tra i soggetti politici e i loro potenziali alleati è molto probabile che avvengano a spese degli interlocutori più deboli: ovvero di quelli che, per caratteristiche che gli sono proprie o che gli vengono ascritte, sono più difficilmente integrabili dai soggetti che aspirano a spartirsi l’egemonia nel nuovo sistema politico. E questo rende oggi la posizione dei copti in Egitto estremamente vulnerabile. In una simile temperie, non stupisce, dolorosamente, che la tutela della vasta e originaria minoranza cristiana non rappresenti una priorità per le autorità di transizione egiziane, probabilmente anche attente ad accreditarsi verso un movimento che aspira a una neoislamizzazione dello spazio pubblico. Non stupisce ma, evidentemente, non è per questo meno inaccettabile.
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