mercoledì 8 settembre 2010
COMMENTA E CONDIVIDI
Sono cinque ragazze di colore. Nigeriane. In notti molto recenti vivevano ai bordi di strade a loro ignote, in periferie di città sconosciute, in attesa di clienti che sarebbe stato meglio non conoscere mai. Comprate nel loro Paese per cinquantamila dollari e importate in Italia da connazionali, costituivano un buon investimento: una prostituta rende al suo sfruttatore settemila euro al mese. Sette mesi e la spesa è ammortizzata. Fin qui niente di inedito: le persone "trafficate" in Italia sono almeno venticinquemila ogni anno, dicono i dati dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, per l’80 per cento donne, la metà minorenni. Di inedito, invece, c’è il finale di questa che sembra una trama da film, con le cinque ragazze non più sedute su bidoni rovesciati, accanto a fuochi fatui quanto i loro sogni infranti, ma alla scrivania della Direzione Antimafia di Trieste, le cuffie sulle orecchie, ad ascoltare e tradurre decine di migliaia di intercettazioni telefoniche. Liberate cinque anni fa dagli agenti della Squadra Mobile da aguzzini che continuiamo a chiamare "protettori" e, come prevede la legislazione italiana, inserite in programmi - questi sì - di protezione, in cambio loro, abituate a vendersi, hanno donato la sola cosa che avevano: il coraggio. Hanno accettato di collaborare per stanare gli sfruttatori, hanno "sbobinato" migliaia di ore di conversazioni tra le 130mila intercettate dall’Antimafia tra i boss nigeriani del traffico di droga. Loro, i protervi mercanti di morte, si credevano onnipotenti, invincibili, tutelati dallo "slang" nigeriano a noi incomprensibile con cui prendevano accordi e organizzavano il racket. Non avevano fatto i conti con cinque cenerentole rese forti dal solo desiderio di riscatto, che non è sinonimo di vendetta ma consapevolezza finalmente di poter scegliere da che parte stare. E loro hanno scelto. Serie, attente, concentrate, hanno lavorato «con slancio emotivo» - raccontano gli investigatori della Squadra Mobile - stroncando senza esitazioni un traffico che sembrava inarrestabile. È bello immaginarle mentre trascrivono con precisione nomi, luoghi, appuntamenti, e dalle loro labbra pendono gli uomini della Questura di Trieste e della Polizia di Frontiera, che sulla base delle loro indicazioni organizzano operazioni, fanno blitz, conducono in carcere i corrieri della droga in mezza Italia, da Milano a Messina, da Roma a Varese, da Bologna a Verona.La trama, dicevamo, è da film. Scena prima: nella valigia di un lituano a bordo di un treno proveniente dall’Ungheria la polizia di Trieste trova un carico di droga purissima. È diretta a Napoli, dove i nigeriani gestiscono da tempo un traffico che non conosce confini, la cocaina arriva dal Sudamerica, l’eroina dall’Afghanistan, poi attraverso i corrieri raggiunge tutta Europa. Le indagini si allargano all’estero con il coordinamento dell’Interpol e la collaborazione delle Polizie spagnola e olandese, ma non se ne viene a capo, almeno finché a qualcuno non viene in mente di chiedere aiuto a loro, le schiave liberate.E a noi resta un sottile malessere, un dubbio, una domanda che ci toglie il sonno, o dovrebbe: quanto è labile il confine tra il vendersi e il donarsi? Cosa sarebbe oggi di loro se una "retata" non le avesse affrancate? Prostitute, le chiameremmo ancora, e gireremmo un po’ scandalizzati la faccia, come se l’onta fossero loro. Tornano in mente altre ragazze nigeriane ascoltate nel novembre di tre anni fa. Parlavano da un pulpito, col sorriso e la luce negli occhi, al funerale dell’uomo che le aveva salvate a centinaia. Si chiamava don Oreste Benzi. La notte andava a cercarle alla luce dei falò, spiegava loro che il riscatto è possibile, lasciava un rosario e il suo numero di cellulare, sempre acceso 24 ore su 24, perché - diceva - il coraggio può durare anche un solo attimo, «e se in quell’attimo trovassero spento?».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: