venerdì 2 novembre 2012
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​Durante la lunga riunione dell’ufficio di presidenza dell’Italia dei valori, conclusasi con la convocazione di un’assemblea nazionale ma non del congresso straordinario che era stato richiesto dal capogruppo parlamentare Massimo Donadi, si è avviata una fase nuova che sembra destinata a porre fine al "partito personale" di Antonio Di Pietro. Alcune espressioni del presidente dell’Idv, che si è detto intenzionato a rinunciare al timone del partito assumendo, dopo le elezioni, il ruolo di padre nobile lasciando ad altri la guida politica, pradossalmente, sembrano la fotocopia di quelle pronunciate recentemente dal suo arcinemico Silvio Berlusconi.L’emergere di questioni "morali" e in qualche caso giudiziarie nei confronti di esponenti regionali del partito, la ricostruzione poco edificante della vicenda dell’eredità Borletti nel corso di una recente trasmissione televisiva, si sono sommate all’esito deludente del voto siciliano, in cui la lista dell’Idv non ha superato la soglia di sbarramento necessaria per ottenere seggi nel consiglio regionale. Il confronto tra il successo travolgente conseguito da Leoluca Orlando a Palermo (e da Luigi De Magistris a Napoli), solo pochi mesi fa, e l’esito catastrofico delle consultazioni siciliane propone una misura della crisi che il partito deve affrontare, peraltro in una condizione di isolamento conseguente dalla sua esclusione dal cartello di centrosinistra, che molti all’interno dell’Idv attribuiscono alle intemperanze di Di Pietro nella sua ostinata polemica contro Giorgio Napolitano. La controproposta del leader, lo scioglimento del partito e la costruzione di un nuovo raggruppamento d’intesa con la Fiom-Cgil, non è stata neppure presa in considerazione (forse anche perché la candidatura siciliana della presidentessa del sindacato metalmeccanico della Cgil nell’isola non ha portato alcun frutto elettorale).Se davvero la figura di Di Pietro è destinata ad eclissarsi (nonostante la ciambella-encomio lanciatagli da Beppe Grillo che lo vorrebbe addirittuac al Quirinale), si completerà la fase di dissoluzione dei partiti leaderistici che hanno caratterizzato la cosiddetta Seconda Repubblica, processo già in corso con i passi indietro di Umberto Bossi e di Berlusconi, senza dimenticare l’oggettivo declino di Gianfranco Fini.Il leaderismo, la concentrazione dell’attenzione dell’elettorato su figure carismatiche, è un fenomeno che si è verificato, non solo in Italia, in fasi di profonda crisi dei sistemi politici, e in qualche caso ha dimostrato di mantenere una validità rilevante anche dopo la scomparsa dei fondatori, com’è accaduto in Francia con il movimento fondato da Charles De Gaulle o in Argentina da quello di Juan Domingo Perón. D’altra parte però anche oggi, mentre declinano leaderismi che hanno tenuto il campo per un paio di decenni, se ne affacciano di nuovi, come quello di Beppe Grillo.Fatto sta che la parola d’ordine delle formazioni nate dalla crisi dei primi anni Novanta sotto la spinta di forti personalità è "rinnovamento", cioè ricerca di una continuità con l’ispirazione originaria gestita però con spirito e uomini nuovi. Si vedrà se questi progetti avranno successo, e questo in buona sostanza dipende dalla capacità di tali formazioni di esprimere una cultura politica, un sistema di idee e una visione, che sappiano esercitare una forza di attrazione propria, indipendente dalla personalità dei rispettivi fondatori. La condizione di crisi che patiscono i cittadini e che spinge a far prevalere le ragioni della protesta non è certo la più favorevole per una ricostruzione di ragioni politiche basate sulla responsabilità e sulla razionalità, ma l’alternativa è quella del marasma, del confuso rivendicazionismo in cui tutti si presentano come opposizione ad altri.Se della fase leaderistica resteranno in piedi gli elementi tribunizi, lo spirito di contrapposizione faziosa, difficilmente si riuscirà a delineare un quadro politico dotato di un minimo di stabilità, quale che sia l’esito della competizione elettorale imminente. Toccherebbe proprio ai leader oggi al tramonto promuovere un archiviazione ordinata dei partiti personali, un passggio nel quale abbiano un seguito le migliori ragioni del loro impegno, depurate dagli aspetti leaderistici che ne hanno decretato in una prima fase il successo e poi il declino. Anche nel caso dell’Idv, questa prospettiva appare particolarmente ardua, e non sembra che la scelta di formale arroccamento attorno al vecchio capo assoluto segni l’avvio di una vera riflessione attorno ai nodi irrisolti.
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