martedì 29 agosto 2017

Il dibattito pubblico, tuttora inconcluso, sulle nuove norme per la profilassi primaria delle malattie infettive e la copertura vaccinale pediatrica ha portato alla luce una questione aperta, serissima e concreta: il rapporto tra il bene individuale e il bene comune. In questo rapporto, che è alla radice di ogni determinazione della vita sociale e politica di un Paese, si è giocata ultimamente l’intera vicenda del decreto-legge 73/2017, anche se non molti cittadini sembrano esserne avvertiti, frastornati come sono dalla polarizzazione della contesa tra gli opposti schieramenti che hanno brandito la bandiere della «libertà di cura» da una parte e lo scudo della «tutela della salute pubblica» dall’altra.

In realtà, le categorie della "autodeterminazione" del singolo in ordine alla salute propria e dei figli e quella del "paternalismo statale" correttore delle intemperanze e inadempienze dei cittadini non rendono pienamente ragione della posta che è in gioco antropologicamente, eticamente e socialmente: la salute come bene fondamentale dell’uomo. Ci si è chiesti se le vaccinazioni "facciano bene" o "facciano male", lasciando nell’ombra la domanda più radicale e incisiva – non irrelata alla prima ma neppure esauribile in essa – se vaccinare sé e i propri bambini "sia un bene", un "atto buono" che è giusto compiere e ci rende moralmente e civicamente virtuosi, oppure no.

La vaccinazione è strumento ordinato al bene della salute che è, al medesimo tempo, un bene della persona e della comunità sociale oggetto della campagna vaccinale. Il primo e fondamentale bene, quello personale, non potrà essere conseguito effettivamente se non attraverso il secondo, e questo si realizza nella misura in cui i cittadini accettano di essere vaccinati in ordine al bene personale – e, di riflesso, comune – che è la propria salute. La natura "circolare" della immunoprofilassi la configura come un atto medico e sociale dalla valenza interpersonale, non monadica: per un naufrago sopravvissuto su un’isola disabitata non avrebbe alcun senso la vaccinazione contro malattie trasmissibili dall’uomo.

La categoria del bene comune – che è coinvolta, quale metro di giudizio, in ogni considerazione su una azione interpersonale – risulta dunque decisiva anche per la valutazione della prassi profilattica in quanto le singole persone sono chiamate a tendere alla realizzazione del bene comune, anche quando operano per il giusto perseguimento del proprio bene, e quanti sono responsabili di organismi sociali, in primis dello Stato e delle sue articolazioni legislative, esecutive e giudiziarie, devono avere sempre presente il bene di (e che è) ciascun cittadino, in qualunque condizione o circostanza si venga a trovare, affinché il bene di tutti sia anche il bene di ognuno.

Non è, questa, una considerazione confessionale, legata solo alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Anche nella prospettiva degli ordinamenti giuridici statali, non è difficile riconoscere nella maggior parte delle moderne costituzioni (inclusa quella italiana) una tela assiologica che, sebbene non esplicitata in tal senso, pone le fondamenta per la realizzazione di un ordine di convivenza civile leggibile – con accenti più o meno ampi, sostantivi o procedurali – come «bene comune costituzionale», al cui conseguimento deve tendere ciascun ordinamento, secondo ragione di effettività o giustizia.

Il bene comune si distingue, per contenuto e funzioni, da altre forme di bene, pur pienamente apprezzabili – quale quello economico, della convivenza pacifica o del patrimonio ambientale e culturale nazionale – e non va scambiato né con il bene privato, né con il bene pubblico. È, infatti, proprio quest’ultima confusione che soggiace alla astiosa diatriba sulle vaccinazioni obbligatorie, avvitandola sulla contrapposizione tra privacy e commonwealth, tra inviolabilità corporale e utilità sociale.

Nel bene comune della profilassi, il vantaggio che io traggo perché faccio parte di una comunità in cui le malattie trasmissibili sono tenute sotto controllo non può essere separato dal vantaggio che altri traggono dal fatto che io non sviluppi e possa trasmettere una di queste malattie. Il bene della vaccinazione è 'comune' in quanto l’interesse della salute di ognuno si realizza assieme a quello della salute degli altri, non contro l’interesse degli altri (come accade per un bene esclusivamente privato) né a prescindere dall’interesse degli altri (come succede per un bene pubblico non condiviso). Né individualismo né collettivismo, ma condivisione di una responsabilità verso la salute di tutti e di ciascuno, in particolare dei più vulnerabili alla malattia, che – in questo caso – sono i bambini.

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